Uno strano volo – racconto

uno strano voloSei fortunato, dicevano.

Sarà divertente, dicevano.

Di certo vincere un giro intono al mondo sembrava una gran botta di fortuna in quel momento. Se poi il viaggio in questione avveniva in occasione del volo sperimentale a bordo del nuovissimo AK41, l’ultimo giocattolo ipertecnologico sfornato dall’aeronautica, capace di raggiungere la ragguardevole velocità di 4220 km orari… bè, la botta di fortuna diventa una colossale botta di culo. Tutto è cominciato durante la festa aperta al pubblico dell’aeroporto militare di Lackland a ovest di San Antonio. La tipica sagra militaresca con birra e panini gratis per rimpinguare le scarne fila del corpo militare. C’erano voli acrobatici, parate, spari di cannone a destra e sinistra e ovunque, ma proprio ovunque, anche sui bagni chimici e sui tovaglioli di carta, la tanto amata bandiera degli Stati Uniti. Pura propaganda. Una di quelle feste in cui vedi più che altro famiglie di sfigati che accompagnano i figli a vedere i velivoli. Niente ragazze, niente musica rock, ma i panini gratis c’erano e la birra pure, calda e al sapore di piscio ma c’era. Tra una bottiglia e l’altra si fece strada verso di noi una giovane recluta con la camicia troppo larga ed il cappello troppo stretto. La mia ragazza Jess, culo da favola e shorts, il mio migliore amico Eric, appassionato bevitore di qualsiasi cosa contenga alcol e io, disoccupato professionista perennemente annoiato, eravamo lì sotto il sole a gustarci un po’ di piscio caldo seduti sull’asfalto arroventato della pista di atterraggio. Stavamo cercando di scrutare qualche gay nascosto nel corpo degli aviatori, non che avessimo qualcosa contro i gay, ci tengo a dirlo, ma era un modo per passare il tempo, quando si è avvicinata questa recluta e ci ha offerto un biglietto della lotteria della parata, in paio, un giro sul più veloce e il più costoso aereo supersonico del mondo.

“Ne abbiamo trovato uno!” Disse Eric facendo riferimento alla traboccante omosessualità del ragazzo.

“Scusate se vi disturbo, stiamo organizzando una raccolta fondi per le famiglie dei reduci, volete comprare un biglietto della lotteria? Si può vincere un volo supersonico su quel bestione laggiù” Disse il piccoletto indicando il mostruoso coso cromato di fianco alla pista di atterraggio, grosso e appuntito come la punta di una penna a sfera.

“Quanti biglietti hai venduto fino ad ora, ragazzo?”

“Nessuno signore” Rispose la recluta guardando in basso.

Ne abbiamo preso uno per dieci dollari e come avevamo intuito fin dall’inizio, siamo stati gli unici quel giorno a comprarne uno. Fin quando si tratta di bere e mangiare gratis in questa città, non manca nessuno all’appello, ma vai dirgli di sborsare dieci dollari e spariscono tutti in un secondo. Comunque una promessa è una promessa e da militari che si rispettino, ci hanno fatto fare quel cazzo di giro in aereo.

Prima di salire su quell’aggeggio però abbiamo dovuto attendere quattordici ore in una stanza, ci hanno fatto indossare un equipaggiamento standard, ci hanno dato un’infarinata sulle regole base di volo, su quello che succede durante l’accelerazione, sul modo in cui reagisce il corpo sotto quel tipo di stress fisico e ci hanno anche insegnato a fare la pipì nella tuta da aviatore. A saperlo facevo domanda per l’arruolamento. Più che altro le 14 ore sono servite a Eric per smaltire la sbronza, il che lo ha reso irritabile e antipatico.

Siamo partiti da San Antonio alle 7:00 del giorno 14 maggio 2017 a bordo del velivolo sperimentale AK41.

Quel coso non aveva certo i confort di un volo di prima classe, non c’erano assistenti di volo che ti servivano cocktail e non ci si poteva muovere dal proprio sedile per sgranchirsi le gambe, ma cavolo, era veloce un casino! In dieci minuti ha raggiunto i quindicimila metri di quota e Jess aveva già vomitato tre volte, un po’ dentro la tuta e un po’ ai piedi del sedile Per le restanti 10 ore e 24 minuti l’abitacolo era inebriato da una fresca fragranza di hamburger digeriti e birra, ma devo dire che nessuno ci ha fatto caso dato quello che è successo. All’inizio lo spettacolo era veramente stupendo, vedevamo la terra sotto di noi girare più veloce che mai, il sole tramontare e risorgere ad una velocità impressionate. A parte la puzza di vomito, il viaggio è proseguito senza troppi problemi, fino alla quinta ora. Chilometri percorsi 19.500. Eric ha iniziato a comportarsi in modo strano. All’inizio si è slacciato la cintura, cosa vietatissima, poi ha iniziato a bere acqua dalla sacca di emergenza, cosa ancora più vietata, a quel punto ho cercato di tranquillizzarlo ma lui ha iniziato a contorcersi nel suo minuscolo spazio vitale.

“Vedrai che ti daranno un’altra birra appena scenderemo di qui, forse due se ti calmi.”

“Ho un fottuto mal di testa, coglione!”

Eric era rosso in faccia, paonazzo, sudava e tremava, doveva aver davvero un mal di testa del cazzo. Quel che restava di Jess e io, continuavamo a dirgli inutilmente di stare tranquillo, e lui ci insultava e si contorceva ancora di più. C’era poco da fare in quell’abitacolo stretto come una bara a tre posti e il pilota era chiuso nella sua cabina insonorizzata da cui riecheggiava il sussurro ovattato di una canzone dei Led zeppelin. Eric si è calmato nel giro di una terribile mezz’ora, era bagnato fradicio di sudore. Ci sono stati cinque minuti di silenzio in cui sembrava essersi addormentato, poi ha urlato tanto forte da farci male alle orecchie ed è svenuto sul suo sedile.

Io e Jess eravamo terrorizzati. Nel piccolo spazio che avevamo, abbiamo cercato di scuoterlo per farlo rinvenire, ma niente da fare.

“Almeno respira ancora” Mi è venuto da dire. Jess mi ha guardato come se fossi un idiota e se ne è stata zitta. Alla fine abbiamo scelto di stenderlo sui nostri sedili per farlo respirare meglio e di metterci rannicchiati a terra seduti sul vomito di Jess che nel frattempo aveva ricominciato a dare di stomaco. Dall’oblò di fronte a noi si intravedeva il casco del pilota che dondolava a tempo di musica, forse stava canticchiando, lo sportello era troppo spesso per poterlo sentire. Sicuramente troppo perché lui potesse sentire me che cercavo di buttarlo giù a calci.

Le ore che sono seguite sono state un’agonia. Io cercavo di tranquillizzare Jess che cercava di risvegliare Eric da quella specie di coma, entrambi impiastricciati di vomito, tutto questo in una cabina di due metri cubi. Quando l’aereo ha cominciato a scendere di quota Eric ha tossito e aperto gli occhi.

Il velivolo ha percorso un tragitto di quasi 40.000 km in poco più di 10 ore, un giro completo del pianeta nel senso contrario alla rotazione terrestre per poi ritornare a San Antonio senza scali o deviazioni. Un cerchio perfetto in un tempo da record. Quando abbiamo posato i nostri piedi sulla pista di atterraggio con il culo che sembrava essersi staccato dalla schiena tanto era indolenzito, erano le 15 del 13 maggio 2017.

Ovviamente, viaggiando in modo contrario alla rotazione terrestre e ritornando al punto di decollo, siamo atterrati il giorno precedente alla nostra partenza, precisamente 14 ore prima del decollo. Gli effetti collaterali di un jet lag: nausea, affaticamento, sonnolenza, irritazione, dislocazione temporale, embolia. Solite cose.

Eh già, un attacco di embolia celebrale dovuto all’altitudine, ecco che cosa è preso ad Eric, ma ora stava decisamente meglio, non bene, ma meglio. Mentre un gruppo di paramedici lo tirava giù con una barella d’emergenza, ci siamo trovati di fronte allo stesso velivolo parcheggiato di fianco a quello da cui siamo scesi, stessa fusoliera, stessa cromatura, stesse scritte verdi sulla fiancata, stesso pilota. Di fianco al velivolo gemello le stesse copie di noi, di poche ore più giovani, ma identici in tutto. Solo ora mi rendo conto di essere un po’ gobbo e di avere la faccia storta verso sinistra. La copia di Jess è allo stesso modo figa, ma con meno occhiaie, la copia di Eric ha la barba un po’ più corta ed è leggermente più ubriaco e non è steso sulla barella in stato confusionale. I tre gemelli di noi ci scrutano un po’ disorientati, neanche tanto a dir la verità. Più che altro sono sorpresi di come siamo ridotti, evidentemente, si aspettavano un viaggio di prima classe, ci aspettavamo… si aspetterebbero… vabbè, mi sto confondendo con i verbi ma hai capito cosa voglio dire.

“Che cazzo ti è capitato fratello? Hai viaggiato con il finestrino aperto?”

Eric da sbronzo riusciva ad essere simpatico anche a se stesso, l’Eric sulla barella riuscì soltanto a ridacchiare.

“Sei messo davvero male… ma che cazzo ti hanno fatto su quel coso?”

Eric non era molto in forma e Jess aveva un alito che sapeva morte dunque mi sono preso la briga di spiegare ai tre quello che era successo. Devo dire che parlare a me stesso è stata la cosa più strana che mi sia mai capitata, ma ero l’unico che mi stava a sentire. La faccia dell’Eric messo bene era fissata a guardare se steso che tossiva nella maschera per l’ossigeno e Jess era troppo impegnata a sistemare i capelli a se stessa per capire quale acconciatura le sarebbe stata meglio vista da dietro.

Dopo qualche minuto di scuse da parte del pilota e del capitano della base, e dopo aver capito che nessuno ci avrebbe dato nemmeno un dollaro di risarcimento per l’accaduto, Jess, Eric, Jess, io e io abbiamo accompagnato Eric a fare dei controlli all’ospedale militare della base.

Il fatto di stare nella stessa stanza contemporaneamente era abbastanza strano ma perlopiù noioso, avevamo ben poco da dirci, la nostra vita la conoscevamo, eravamo noi stessi ma di poco più vecchi o più giovani, l’unica cosa che ci divideva era una manciata di ore su un aereo, ore assurde, ma pur sempre poche ore, abbiamo passato i primi minuti a raccontarle e poi ci siamo messi a guardarci a vicenda. Ad ogni occhiata che davo all’altra Jess, quella che ha fatto il viaggio con me mi mollava uno schiaffo sulla nuca, Eric ed Eric, che nel frattempo si era ripreso anche troppo bene, si ficcavano le dita nel naso a vicenda come due idioti. L’altro me mi fissava con aria di sfida. Mi sono accorto di essere un tipo di cui non riesco a fidarmi. Certamente lui è me ed io sono lui, ma so che nasconde qualcosa. Le poche ore che ci separano è come se ci rendessero due persone differenti e devo dire che per me è disarmante, di solito capisco cosa pensa la gente da un chilometro di distanza e ora che ho di fronte me stesso e non riesco a capire cosa diavolo gli frulla in mente… mi frulla… vabbè, hai capito.

Più le ore scorrevano, più le differenze tra noi e le nostre copie diventavano grandi. Jess era ad un passo dal litigare con l’altra Jess, Eric che in quel momento stava bene voleva tornare a casa e l’altro gli stava dando fastidio toccandogli la faccia come un bambino dispettoso, l’altro me camminava nervosamente guardando l’orologio. Anche io stavo guardando l’orologio. L’orario della partenza dei nostri doppi si stava avvicinando.

Di colpo la porta bianca della stanzetta si è aperta e il comandante ci ha detto di prepararci, e che a breve sarebbero iniziati i preparativi del viaggio.

A quel punto quello stronzo di me stesso se ne è uscito con: “Noi non partiamo!”

“Che cazzo dici? devi partire!” Ecco cosa aveva in mente, sapeva che mi sarei incazzato di brutto.

“Non possiamo partire sapendo che Eric si ridurrà in quel modo, ha rischiato la vita su quel coso stamattina… domattina… Vabbè, quello che è.”

“Se non parti entro le sette di domattina, noi non possiamo atterrare, lo sai che vuol dire vero?”

“Vuol dire che Eric non avrà un’embolia, Jess non si vomiterà l’anima addosso e noi non vivremmo dieci ore da incubo in un abitacolo stretto come il culo di una gallina.”

Il comandante ci guardava nervoso, avrebbe voluto dirci di metterci sull’attenti ma eravamo solo dei civili stralunati perciò è rimasto ad ascoltarci in silenzio.

“Se voi non partite, il viaggio non sarà mai avvenuto e noi spariremo”

“…è esattamente quello che avevo in mente”

Devo dire che quando mi ci metto sono proprio uno stronzo.

“Ha ragione sai, non è stata proprio una cosa piacevole, guarda come ci siamo ridotti.”

“È vero bello, per quanto mi stia sul cazzo questo tizio che mi somiglia non vorrei fargli passare quello che ho passato.”

Jess e Eric stavano vaneggiando. Non capivano che quelli che avevamo di fronte non erano esattamente NOI, dal momento in qui eravamo partiti ore prima per quel viaggio, le nostre vite erano cambiate, di un chicco di sabbia ma erano cambiate, e quelli non erano noi stessi in tutto e per tutto, era logico. Ok, forse la parola LOGICO non è proprio azzeccata ma sono sicuro che hai capito… E cazzo non volevo sparire per far spazio a quello stronzo.

“Decidete in fretta, l’aereo decollerà, che voi ci siate o meno.” Il comandante uscì dalla stanza con l’impassibilità di un robot.

“Non c’è nulla da decidere, noi restiamo qui.”

“Cosa?” Stavo per esplodere.

“Ehi amore, il tuo doppio ha ragione, non c’è motivo per cui ricordare quest’esperienza del cavolo. Tanto vale lasciar perdere.” Ha detto Jess, la mia Jess, e gli altri hanno alzato le spalle e accennato un sì con la testa.

“Voi siete dei pazzi” Ho detto uscendo dalla stanza. Non potevo credere che i miei compagni volevano sparire, cancellarsi dal tempo e far rimanere quei tre, che poi erano le stesse persone, ma fin troppo diverse da noi per quanto mi riguarda. Mi sono preso una coca al distributore automatico cercando di sbollentare la rabbia. Di certo non potevo obbligarli a partire, ma non potevo rimanere con le mani in mano aspettando di svanire in una nuvola di niente, erano le 4:30 del mattino e quel fottuto aereo sarebbe partito entro le 7:00, dovevo assolutamente fare qualcosa.

L’ospedale della caserma era silenzioso e i miei passi nervosi rimbombavano come dentro una chiesa, più che altro sembrava un monastero con le cellette ai lati del lungo corridoio, di quando in quando c’era una sala ristoro con foto e disegni di aerei attaccate alle pareti, qualche divano ingiallito, distributori di cioccolata e bibite energetiche, pagine di riviste porno staccate qua e là, fogli di carta, qualche penna. Sedendomi sul divano sfondato al centro di una di quelle salette mi sono messo a fissare la televisione spenta di fronte a me. Guardandomi riflesso su quel vetro nero non potevo fare a meno di accettare l’inevitabilità delle cose. Sarei scomparso nel nulla, o meglio sarebbe rimasto di me soltanto ciò che non era partito per il volo, e la stessa cosa per Jess e Eric, l’unica differenza è che loro non ne erano sconvolti, io sì. Sapevo benissimo che il viaggio non era stato di prima classe, ma l’idea di sparire nel nulla mi faceva una paura fottuta. Ma in fondo paura di cosa? Nessun dolore, nessuna morte, solo la consapevolezza che dei pensieri di ora non resterà nulla, una manciata di ricordi, non belli tra l’altro, dimenticati. Mentre fissavo negli occhi il reale me, quello riflesso sulla tv mi abbandonavo alla consapevolezza di dover svanire. Ma forse c’era un modo per rimanere, una briciola di me scritta su di un foglio di carta stropicciato, con una penna blu che non scrive nemmeno bene, una lettera a me stesso, al me di qualche ora fa.

Ora scrivo a te che in fondo sei me stesso e mi conosci già abbastanza bene. I minuti scorrono e quel volo ormai è quasi in partenza e tu sei nella camera di Eric in attesa di veder sparire i nostri doppi esattamente nel momento in cui quel fottuto aereo partirà. Forse, ora che la recluta ti ha consegnato questa lettera, ti stai chiedendo come mai ti scrivo queste cose che già sai, pensieri che soltanto tu conosci bene come me stesso, la storia che già ci siamo raccontati. Un motivo c’è. In questo esatto momento sto salendo al posto tuo su quel velivolo… di nuovo, e tu stai rimanendo a terra e sai benissimo che al mio ritorno non sarò io ad essere scomparso insieme ai miei Jess ed Eric, ma sarai tu. Addio Stronzo!

 

Fine