RIP – racconto

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Immaginate una casa come tante, alla periferia di Las Cruces, New Mexico. Una di quelle case di legno con un piccolo giardino di fronte, una bici rossa appoggiata su un salice che fatica a venir su in quella terra dura come il cemento. Un’altra bici, azzurra e graffiata praticamente dappertutto, gettata in mezzo all’erba secca come una buccia di banana. La casa è dipinta di bianco ma il sole ha fatto crepare la vernice su tutto il lato sud e gran parte del lato ovest, fortunatamente l’edera copre le parti peggiori. Una casa come tante e all’interno una famiglia messicana come tante. Jose Ramirez ha attraversato la frontiera quindici anni fa, tenendo per mano la sua ragazza Maria. Stavano insieme praticamente da sempre, sono stati i loro genitori a decidere per loro, cosa che avrebbero potuto evitare, in fondo il Messico non è mica come l’India, ma loro stavano davvero bene insieme e non si sono mai separati. La decisione di andare a vivere dall’altra parte del confine però l’avevano presa in totale autonomia, quella sì, avevano messo da parte un po’ di soldi, li avevano nascosti nelle mutande e poi avevano fatto il passo. Non era stato nemmeno tanto complicato, in fondo non erano che due ragazzi che volevano mettere su famiglia negli Stati Uniti. Avevano trovato un piccolo appartamento in centro, spendevano poco, col tempo erano riusciti a comprare casa, umile, vecchia e con la vernice piena di crepe ma era la loro, pochi anni dopo si sono sposati lì, a Las Cruces. Maria aveva trovato lavoro come cassiera in un supermercato a due chilometri di distanza, Jose invece lavorava in proprio. Suo padre gli aveva insegnato ad aggiustare praticamente qualsiasi cosa avesse una parte meccanica, a lui piaceva e ci era anche portato, e Dio solo sa quanto questo tipo di capacità possa servire in una piccola cittadina. Poco dopo è arrivato il piccolo Francisco, e neanche un anno più tardi, anche la nina Ana.

«Papà… Dove si va a finire quando si muore?»

«Dipende da ciò in cui credi.»

La cosa peggiore che si può fare è mentire al proprio figlio, questo è ciò che crede Jose. Qualcuno potrebbe pensare che magari è un po’ presto per un bambino di otto anni, parlare di morte, ed è giusto, ma prima o poi il discorso va affrontato, e Jose non ha intenzione di propinare a suo figlio una stupida favola.

«E noi dove andremo a finire?»

«Noi chi?»

«Io, te, Ana, la mamma…» Francisco tenta di stare fermo, ci prova, mentre suo padre cerca di annodargli la cravatta ma, dopo dieci minuti buoni… vorrei vedere voi.

«Bè, tua mamma e io crediamo nel paradiso. È li che andremo, alla fine… Ho quasi fatto.» Jose è capace di aggiustare un tosaerba bendato con le mani legate dietro la schiena, ma di cravatte in vita sua non ne ha allacciata nemmeno una.

«E per quella questione dei peccati e tutto il resto?»

«In che senso?»

«Bè, non è che uno può stare sempre a pensare a quello che è giusto o sbagliato…»

«Vedi Francisco, credo che Dio non sia un tipo che si mette a cercare il pelo nell’uovo. Credo che sia abbastanza intelligente da capire come uno abbia vissuto la sua vita vedendone l’insieme. Credo che se Dio si mettesse a giudicare tutte le piccole cose che abbiamo fatto, ora in paradiso ci sarebbero sì e no quattro persone in tutto.»

«Capito.»

Ora Francisco ha al collo una specie di cappio.

«Che ne dici se la cravatta non la mettiamo per niente?»

«Non è che poi la mamma si offende?»

«Se si offende le diciamo la verità, che non siamo capaci.»

«Affare fatto.»

Mentre i due si stringono la mano come uomini d’affari, fa capolino la piccola Ana. Un cespuglio di capelli ricci che entra con un salto nella camera di Francisco.

«Come ti sei conciata?» Le domanda Jose tirandola su di peso come una bambola di pezza. Il vestito marrone che le aveva spedito la nonna dal Messico per il suo compleanno è infilato al contrario.

«Così è meglio. Nell’altro modo mi pizzica dietro al collo.»

«Dai, vatti a vestire per bene. Poi che figura ci facciamo in chiesa?»

«Uffa.» Urla la bambina incrociando le braccia.

 

Una volta rivestita la piccola Ana, Jose la prende in braccio, prende per mano Francisco e insieme scendono le scale come a un defilè di moda, vestiti di tutto punto, puliti e pettinati, a parte Jose che si rasa la testa da quando hanno iniziato a cadergli i primi capelli dalla nuca.

«E quelli che rimangono qui invece?»

«Mi sono perso di nuovo, di cosa stavamo parlando?»

«I morti, papà. Quelli che rimangono nel nostro mondo. Le anime perse, perché non ci vanno anche loro in paradiso?… o all’inferno?»

«Non è colpa loro Jose, non tutti trovano la pace.»

«E come si fa a trovare la pace?»

«Bè, dipende. Nel nostro paese ad esempio, non Las Cruces, sto parlando del Messico, dove vivono i nonni, la gente crede che per passare nell’altro mondo, bisogna andare sotto terra. È così che si trova la pace.»

«Capito.»

Maria è seduta al tavolo della cucina, li guarda scendere le scale e sorride.

«Ciao Tesoro.» Le dice Jose spedendole un bacio a distanza con le dita. Lei non dice nulla e rimane seduta, vestita con la divisa del supermercato, con la mano afferra al volo il bacio posandolo con delicatezza sulle labbra. I suoi capelli sono pieni di forcine ma non riescono comunque a stare ordinati, non ha un filo di trucco e le occhiaie le danno un’aria stanca, ma i suoi occhi… i suoi occhi sono neri e profondi come la notte riflessa in un pozzo, gli stessi di cui Jose si è innamorato tanti anni fa.

«Ciao Mama. Papà mi stava spiegando un un po’ di cose sul mondo dei morti. Anche tu credi che andremo tutti in paradiso?»

«Francisco, smettila! È ora di andare. Non è proprio il caso di fare questi discorsi adesso.» Lo zittisce in fretta il padre. Maria rimane ancora in silenzio, si alza facendo spallucce a quella scomoda e complicata domanda, ma sempre con il sorriso sulle labbra.

«Guarda, mamma, il vestito che mi ha fatto la nonna. Ti piace?» Chiede la piccola Ana facendo una specie di inchino. La madre le fa un ok con le dita.

«Basta chiacchiere, bisogna andare.» Richiama tutti in riga Jose. I piccoli escono di casa controvoglia, con le braccia ciondoloni. Per ultima Maria, Jose le lascia aperta la porta poi le corre avanti per aprirle la portiera dell’auto. Un uomo d’altri tempi Jose.

«Non so che gli è preso a Francisco, mi sta assillando da stamattina con queste domande.» Maria lo guarda e alza gli occhi al cielo. I bambini sono curiosi, vuole dire Maria con quello sguardo, ma non hanno bisogno di parole loro due.

Jose esce dal vialetto coperto di foglie secche e si avvia verso la chiesa del Sacro Cuore a bordo della sua Ford Escort del 1986. A bordo sono tutti eleganti e malinconici, a parte Maria, che è solo malinconica.

 

La chiesa del Sacro Cuore è piena di gente. E non di soli ispanici come molti di voi stanno sicuramente immaginando. Lo so, non è una cosa di razzismo, è solo facile da pensare. Comunque no, c’è tutta la città. Magari non proprio tutta, ma almeno quelli che conoscono anche solo di vista la famiglia Ramirez. C’è pure il sindaco, in seconda fila e accanto a lui, il capo della polizia, che si sente in colpa, lo si vede da lontano. Inizia a dondolare appena vede entrare Jose, e stritola la mano di sua moglie che ovviamente fa finta di nulla e nasconde il dolore dietro un sorriso circostanza. Jose percorre la navata centrale con in braccio Ana, non perché lei sia stanca, ma per evitare di dare la mano a tutta quella gente, dietro di lui Francisco cammina come un pinguino per colpa di quelle scarpe scomode e dietro ancora Maria, con ancora indosso la divisa del supermercato e quelle dannate forcine che le escono dai capelli e che la fanno sembrare un porcospino. Camminano a passo svelto, non sono abituati ad essere al centro di tutte quelle attenzioni, incrociano qualche sguardo e guardano cadere qualche lacrima mentre loro non riescono a versarne nemmeno una, poi si siedono in prima fila, un bancone intero solo per loro. Potrebbero stare larghi, comodi, ma decidono di mettersi stretti vicino alla navata, uno attaccato all’altro. Il prete, padre Antonio, esce dalla sacrestia allacciandosi gli ultimi bottoni della tonaca. È un brav’uomo padre Antonio, una persona umile. Uno di quei preti che se devono cambiare l’olio della macchina, un GMC Sierra del ’72, lo fanno da soli, uno di quei preti che si coltivano i pomodori e le zucche nel cortile della chiesa senza chiedere il permesso al vescovo. Padre Antonio, che pure lui è di origine ispanica, ma vi assicuro che è una coincidenza, si avvicina a Francisco e alla piccola Ana, e li abbraccia insieme, come se fosse uno zio, poi raddrizza la schiena e porge la mano a Jose che questa volta non si sottrae. Stanno lì a scuotere la mano e a guardarsi negli occhi come nel finale di un film western per tutta la durata dell’Hallelujah suonata all’organo. Padre Antonio poi fa un passo verso la bara di ciliegio poggiata sui cavalletti di fronte all’altare, la accarezza con dolcezza circondato dal brusio della gente. Jose e Maria si guardano. Vicino alla bara c’è un altro cavalletto, con un quadro sopra coperto da un telo marrone. Il prete prende un lembo di quel telo e lo tira con forza, come un matador alla corrida. Silenzio. Tutti tacciono mentre fissano con dolore quel viso sorridente, a parte qualche immancabile colpo di tosse. Il dolore arriva a Jose come una pugnalata. L’aveva scelta lui stesso quella foto ma ora a vederla vicino alla bara fa un certo effetto. Francisco e Ana si girano, cercando di non guardare. Dentro di loro si smuove qualcosa. La prima a versare lacrime è Ana, poi Francisco e poi alla fine Jose, ma una soltanto che asciuga con la manica della giacca. Maria li guarda impotente, si mette le mani alla bocca come se volesse trattenere un urlo ma nessuno potrebbe in nessun modo sentire la sua voce. La foto di Maria è proprio quella del loro matrimonio. Si vede ancora in testa il velo che ricade sulla nuca e la fa sembrare una santa. Sì, c’è Maria dentro la bara, mi ero dimenticato di dirvelo, e allo stesso tempo è anche lì, seduta accanto ad Ana, ma a parte la sua famiglia nessuno la può vedere.

 

«La messa è finita, andate in pace.» Un finale scontato in fondo e anche un pochino fuori luogo.

La famiglia Ramirez ripercorre la navata preceduta da padre Antonio, stavolta con un’andatura stanca, come se avessero corso una maratona. Maria è ancora lì insieme a loro, non ha trovato quella pace di cui parlava padre Antonio, ma una messa non può certo fare miracoli. Jose stavolta non lo può evitare, si mette all’ingresso della chiesa, con i suoi figli dietro di lui, a stringere le mani e a ringraziare le persone venute a dare l’ultimo saluto a Maria, l’ultimo compito prima di ritornare a casa.

«Jose, mi dispiace davvero tanto. Sappi che non sei solo, che i tuoi figli non sono soli, la mia chiesa è sempre aperta.» Padre Antonio dice quelle parole un po’ scontate con benevolenza, ma l’irruenza di chi vuole aiutare per forza. Vuole davvero bene a Jose e ai suoi figli, e ne voleva a Maria che ogni domenica… bè, magari non proprio ogni domenica, veniva a messa e si metteva in fondo, in piedi, vicino all’acquasantiera.

«Grazie padre.» Non dice altro Jose. Dietro il prete, una lunga fila di persone si ammassa per salutare il giovane vedovo e stringergli la mano come a volersi complimentare per un coraggio che bisogna avere per forza.

«Mamma, come mai non ti vede nessuno?» Chiede la piccola Ana. Jose la richiama girandole la testa con la mano mentre Maria fa spallucce.

«Ana, cerca di non guardare la mamma, e soprattutto non le parlare adesso che c’è gente.»

«Perché?»

«Perché altrimenti ti rinchiudono in una scuola speciale per bambini pazzi.» Le risponde Francisco. Bambino sveglio ma con poco tatto.

«Non dar retta a tuo fratello…» Le dice sussurrando il papà. «…Non è per quello, è solo che se la gente ci vede che parliamo con la mamma, poi vuole sapere il motivo e ci tocca stare qui per una settimana. E noi vogliamo andare a casa, non è vero?»

Maria annuisce con la testa.

«Sì…» Risponde la piccola Ana.

«Non vedo l’ora di togliermi queste dannate scarpe.» Dice Francisco sfilando e rinfilando il tallone in quelle, per carità, eleganti, ma scomode calzature di cuoio nero.

«Comunque non ho capito perché siamo solo noi a vedere la mamma.» Ana lo dice sottovoce, con una vocina che sembra uscire da quel buco che ha al posto dell’incisivo caduto la settimana prima.

«La nonna diceva che i… bè, i fantasmi…scusa tesoro…» Maria annuisce alzando gli occhi al cielo alle parole del marito. «…dicevo… i fantasmi di solito fanno visita alle persone legate a loro nel bene e nel male.» Jose sa spiegare bene le cose, anche tra una stretta di mano e l’altra.

«In che senso “nel bene o nel male”» Questa volta è Francisco a fare la domanda.

«Nel senso che nella vita, le persone non hanno in comune solo cose belle, come l’amore, il volersi bene. Il legame è una cosa complicata. Qualche volta anche fare del male a qualcuno può voler dire legarsi a quella persona.»

 

«Jose, quello che è successo è imperdonabile, ti prometto che faremo tutto. Ogni agente del distretto sta cercando quel figlio di…»

«Comandante, la prego. Non qui. Non è proprio il momento, ne tantomeno il luogo.» Jose interrompe quel monologo da film di serie B.  Il capo della polizia di Las Cruces doveva pronunciare quelle parole per sentirsi meglio con la coscienza. A volte la polizia non riesce a tirare fuori un ragno dal buco e a volte capita proprio con le famiglie per bene come quella di Jose.

«Jose, non so proprio cosa dire.» Miguel, gli afferra il braccio con forza come a sostenerlo sul ciglio di un burrone. Sono amici da quando Jose ha attraversato la frontiera, o meglio, dal giorno dopo, quando il furgone di Miguel, un Volkswagen Bulli del 1990 si era fermato sul ciglio dell’interstatale 85 con le ruote posteriori bloccate. Jose si era infilato sotto il furgone e con un cacciavite e un po’ di nastro telato era riuscito a farlo ripartire e non aveva nemmeno chiesto nulla in cambio, a parte un passaggio verso la città.

«Jose, davvero, Maria era una donna meravigliosa. Una grande amica.» Dice con con un fazzoletto di seta bianco di fronte alla bocca Patricia, la compagna di Miguel, insopportabile donna di New York finita nel New Messico non si sa bene come. Maria si porta le mani alla testa appena sente la sua voce, vorrebbe dirglielo in faccia che non sono mai state amiche e che ha sempre girato troppo intorno a Jose, ma non può.

«Grazie ragazzi, Maria era speciale.» Jose non è abituato a questo tipo di cose, non si sente a suo agio, meno ancora con sua moglie accanto.

«Capisco perché non siete straziati dal dolore. Vedi Miguel, è come ti dicevo c’è ancora la speranza nei loro occhi.» Dice Patricia.

«Stai zitta per favore. Ti pare il momento…» La ferma Miguel.

«Ma certo, è come pensavo io. Non si è trovato il corpo, potrebbe ancora…» Dice Patricia.

«Per favore, ci sono i bambini.» Prova ancora a zittirla Miguel.

«Di cosa diavolo state…» Prova a chiedere Jose, ma Patricia è un fiume in piena.

«Di Maria, è ovvio. C’è stato un incidente, questo è chiaro, le scarpe, la borsa a brandelli, i frammenti di fanale, ma se il corpo non si è trovato può darsi che sia ancora… Dai, andiamo Jose, non dirmi che non ci hai pensato anche tu.» Patricia è una scheggia impazzita

«Non dire più una sola parola, ti prego.» Cerca di fermarla Miguel ma è come arginare una valanga con un ombrellino da cocktail.

«Sono cose che vanno dette. Magari il pirata l’ha caricata in auto ancora viva e l’ha portata da qualche parte…»

«E il sangue? Ce ne era una pozza a terra, santiddio.»

«Non dico che non si sia ferita, che sia stata investita è chiaro, ma magari è sopravvissuta, magari l’assassino non sapeva cosa fare e l’ha portata a casa sua, e magari ora sta cercando di curarla… scommetto che la polizia non ha nemmeno preso in considerazione quest’ipotesi.»

«Non è un’ipotesi, sono vaneggiamenti.»

«Non si può mai dire, Miguel…» I due bambini si guardano con aria interrogativa ascoltando la coppia bisticciare su quell’assurda conversazione. Maria si mette una mano sugli occhi, scrolla la testa.

«Patricia, Maria è morta…» Dice Jose senza fare una piega. «…irrimediabilmente morta.»

«Come puoi saperlo per certo?»

«Lo so e basta!» Jose mette fine alla conversazione assurda messa in piedi da quella stupida donna. Guarda con la coda dell’occhio Maria, che nel frattempo sembra stia sul punto di piangere. Strano, un fantasma che piange. Pure i bambini se ne accorgono pur stando attenti a non farsi guardare mentre cercano di sfiorarle la divisa del supermercato in cerca anche solo di un piccolo contatto fisico, ovviamente passandoci attraverso come se fosse fatto di fumo.

«Scusaci Jose…» Miguel sembra mortificato, strattona la compagna prendendola per il gomito. «… Sono sicuro che Patricia non voleva…»

«È tutto a posto Miguel. Ci vediamo in giro, ok?» E poi un sorriso di circostanza. Ovviamente la speranza di vedersi in giro non è estesa a Patricia che nel frattempo, finalmente, si è zittita.

 

Avanti un altro, e un altro ancora. Le mani di Jose sono indolenzite da quante mani hanno stretto e da quante si sono lasciate stringere. I due bambini gli si appoggiano addosso con tutto il peso. Sembrano passate ore ma in realtà sono soltanto pochi minuti. Condolianze, auguri per il futuro, siamo veramente dispiaciuti, vedrai che andrà tutto bene, sai che puoi chiamarci quando vuoi, se hai bisogno di una mano a casa, non esitare a chiamare. Sempre le stesse parole, tutte uguali, tutte senza senso.

«Ehi papa, Chi è quello?» Il piccolo Francisco lo strattona.

«Chi tesoro?»

«Quello dietro la porta che ci fissa. Quello con gli occhiali da sole.»

«Non lo so, forse un cliente del supermercato.» Jose si volta per un secondo verso Maria che scruta il ragazzo nell’ombra e fa un cenno di “No” con la testa.

Il ragazzo, vestito con un giubbotto di pelle tiene lo sguardo basso, si tocca i capelli in continuazione, saluta le persone che ha di fronte ma si vede da lontano un miglio che sta fingendo di conoscerle, per di più ogni tanto lancia uno sguardo a Jose e lo ritira subito dietro gli occhiali.

«Lo conosci Maria? Lo hai visto da qualche parte?» Domanda Jose. La donna scuote la testa. C’è qualcosa che non va, se ne accorge anche la piccola Ana, che cerca di farsi strada tra la folla per vedere maglio lo sconosciuto. Quando la piccola gli arriva proprio sotto gli occhi, lo sconosciuto si scosta di poco, come se ne fosse spaventato, poi le sorride, con un sorriso che di vero ha poco o forse niente.

«Chi sei?» Gli chiede con sfrontatezza Ana. Lui non risponde e si volta dall’altra parte. Maria è due passi avanti, a metà strada tra Jose e lo sconosciuto, attraversata dalla folla, proprio in mezzo all’ingresso della chiesa. Pur essendo solo uno spirito, il suo istinto di proteggere la figlia e tenerla sempre a portata d’occhio è incontrollabile. Madre e figlia si guardano, negli occhi di Maria si scorge un piccolo velo di disapprovazione. Non si parla con gli sconosciuti, nemmeno durante un funerale, soprattutto durante il funerale della propria madre. Lo sguardo di Ana invece è colpevole, sbatte le ciglia come un cucciolo di cerbiatto. Ma c’è un altro di paio di occhi nel triangolo di sguardi, quello dello sconosciuto che fissa Maria con le palpebre talmente sgranate da far sembrare gli occhi quasi fuori dalle orbite. Gli occhiali sono bassi sul naso, e la sigaretta spenta che tiene in bocca sta quasi per cadere, si regge a malapena sulle labbra secche. È pallido, paralizzato, poi nel suo viso si muove qualcosa: una goccia di sudore scende dalla fronte e si fa strada tra i due sopraccigli fino a scorrere lungo la linea del naso. Si ferma proprio sulla punta, cresce e poi cade disperdendosi tra i passi della gente. Lo sconosciuto sta guardando Maria. La vede, questo è certo, ed è solo uno sconosciuto, non ha senso, non la conosce nemmeno, non hanno niente in comune, nessun legame… a meno che…Maria si gira verso Jose. Tra loro le parole non sono necessarie. Gli occhi parlano già abbastanza.

«Che succede?» Chiede il piccolo Francisco ancora attaccato alla giacca del padre.

«Aspettami qui, ok?» Jose lascia il primogenito a ricevere le strette di mano mentre lui cerca di attraversare l’ingresso facendosi largo tra le persone spallata dopo spallata. Proprio in quel momento lo sconosciuto scappa trascinandosi dietro senza volerlo la piccola Ana che cade a terra senza nemmeno emettere un urlo. Quando Jose arriva, del ragazzo con gli occhiali non c’è traccia, a terra è rimasta solo la bambina con il vestito strappato all’altezza del ginocchio, sta bene, sembra solo un po’ frastornata.

«Dove è andato?» Dice Jose alla piccola rimettendola in piedi.

«Non lo so, è scappato così in fretta.» Risponde Ana infilando le dita nel buco del vestito.

Maria nel frattempo tiene il dito puntato sul vialetto della chiesa. Jose vede una Ford Fairlane del 1969 fare una nuvola di polvere con le ruote posteriori. Poco prima che la macchina svolti sulla quinta strada, Jose fa caso a una bella ammaccatura sul paraurti frontale. Gli ci vorrebbe poco per sistemarlo, basterebbero un paio di martellate, e un po’ di vernice cromata, ma questo non ha importanza, ora.

«Andiamo!» Dice prendendo la figlia in braccio. Attraversa il bagno di folla per prendere al volo la mano di Francisco, poi insieme scendono le scalinate di granito a gran velocità. Maria li segue.

“Poveracci…” Dicono alcuni. “Non ce la fanno a restare, troppo dolore.” Dicono altri. “La piccola dovrà andare in bagno.” Ipotizza qualcuno.

«Aspettate qui con la mamma. È troppo pericoloso…» Dice Jose a due passi dalla sua Ford Escort. Sale nell’auto, accende il motore, fa manovra e li oltrepassa sgommando senza guardarsi indietro lasciando che i loro vestiti neri diventino grigi in mezzo alla nuvola di polvere, tranne quelli di Maria ovviamente che sono fatti di nulla cosmico. Dopo neanche venti metri, inchioda, riparte in retromarcia sgommando e si ferma di fronte a loro.

«…Ok, salite.»

La famiglia Ramirez al completo parte per l’inseguimento. Jose alla guida, Francisco gli fa da navigatore con la cintura stretta al petto come un’ancora di salvezza, dietro Maria nel silenzio della sua rabbia da anima persa a cercare di tranquillizzare Ana a gesti, cosa poi totalmente inutile visto lo stato di eccitazione della piccola, neanche si trovasse sulle montagne russe.

«Laggiù!» Grida Francisco.

«Dove?» Chiede Jose.

«Di fronte al negozio di gelati. È ferma al semaforo.» La Fairlane è in coda, luccicante come una lampada stroboscopica, Jose si avvicina senza andare troppo forte, non vuole destare sospetti. Percorre la strada sulla corsia parallela fermandosi prima di avercela a fianco avvicinandosi quel che basta da vedere il braccio poggiato fuori dal finestrino dall’auto, con la sigaretta tra le dita.

«Non ti ricordi proprio niente, vero Maria? Il viso, il giubbotto? La macchina?» Maria si sporge, poi fa “No” con la testa.

«Ok, non fa niente.» Jose si avvicina un po’, un solo metro, senza dare gas, rilasciando solo i freni e rilasciando un po’ la frizione. Provatelo a fare con un cambio automatico. Dentro la Fairlane, il ragazzo si tocca il viso, poi i capelli, fuma nervosamente, si toglie gli occhiali da sole lanciandoli sul sedile posteriore in uno scatto di rabbia, poi fa un respiro profondo e si controlla il ciuffo sullo specchietto retrovisore. Proprio in quel momento, attraverso il riflesso allo specchio, incrocia lo sguardo id Jose, e di tutto il resto della famiglia che lo fissa dall’altra corsia.

«Cazzo…» Dice Jose.

«Pa!!!» Lo riprende Ana.

La macchina sgomma e parte l’inseguimento in perfetto stile americano.

Per evitare la fila, il ragazzo sale sul marciapiede con le ruote, lo stesso fa Jose senza staccarglisi da dietro per un solo secondo.

«Scusi… scusi!» Urla Jose ai passanti che si trovano costretti a tuffarsi dall’altra parte per non essere investiti.

«Mi scusi tanto!» Urla alla povera vecchietta finita in mezzo alla montagna di rifiuti di fronte alla macelleria. Francisco tenta di concentrarsi sui pali da evitare.

«Palo!» Urla ogni volta da buon copilota sperando che il padre li eviti tutti quanti.

«Specchietto…» Dice appena dopo aver visto volar via quello dal suo lato.

«Ne ricompreremo un altro… se sopravviviamo.» Dice Jose.

Quando le due auto ritornano in carreggiata l’inseguimento è molto più facile ma di certo non meno pericoloso. Le due auto accelerano nel traffico sbandando a destra e sinistra. Nei film sembra tutto più facile, nella realtà invece, mantenere quella velocità in città senza sbandare sulle auto parcheggiate è un altro paio di maniche

«Se qualcuno mi becca a guidare in questa maniera con due bambini a bordo… Dio mio non ci voglio nemmeno pensare.»

«Tranquillo, se ti fermano, faccio finta che mi devi portare all’ospedale.» Dice la piccola Ana mettendogli una mano sulla spalla.

«Non sai recitare così bene.» Le risponde Francisco senza distogliere lo sguardo dalla strada di fronte a lui.

L’inseguimento si sposta a sud della città, nei pressi della zona industriale abbandonata. Qui le macchine possono correre senza il rischio di uccidere qualcuno. Un riccio forse, qualche gatto magari. Ovviamente la macchina del ragazzo di fronte ha un motore più potente. La Ford Fairlane ha un motore V8 da 4,5 l, un cazzo di rinoceronte imbizzarrito, mentre la sgangherata Escort Mk4 di Jose ne ha solo 4 di cilindri e si limita a 88 stanchi cavalli diesel. Non ci sarebbe proprio confronto se non fosse per la piccola modifica al motore che ha fatto Jose nel suo garage con un set di chiavi e un paio di fascette che rendono quel catorcio di lamiera una vera gazzella in ripresa. È lì che punta Jose, nella ripresa. Sa che nelle lunghe distanze non può batterlo ma finché sono in città può recuperare qualche metro ad ogni curva.

«Dai, bella… fammi vedere cosa sai fare.» Dice Jose rivolgendosi al cruscotto in plastica. E ad ogni curva SBAM! Una piccola botta, tanto forte da far vomitare la piccola Ana. «Vedi, così sembra veramente che mi stai portando in ospedale.» Ma non tanto da fermare il suo sfidante, anzi… ogni botta è una spinta che lo manda più lontano. Di nuovo SBAM! «Scusate» Dice Jose tenendo tanto stretto il volante tra le dita da staccarlo quasi dal cruscotto.

«Papa. Quella macchina ha una trazione posteriore…» Dice Francisco. «…invece di speronarla dovresti farla sbandare colpendola di fianco.» Continua spiegando al padre la manovra con le sue manine cicciute.

«Cosa?»

«Si chiama manovra PIT. Lo usa la polizia di solito. Basta una toccatina e la macchina finisce in testacoda, è facile.» Insiste il bambino. Si gira e tutti lo guardano silenziosi, si sente solo il rumore della povera Escort che non ce la fa più a mantenere i giri.

«Che c’è? L’ho visto alla tv.»

Jose segue il consiglio del figlio, invece di andargli dritto sotto al culo, gli si infila di fianco, quel poco che basta da allineare il paraurti ormai in pezzi alla ruota posteriore dell’avversario, poi da una sterzata con entrambe le mani. Le due auto si toccano appena ma la Fairlane inizia a girare su se stessa come una trottola. Appena tocca il marciapiede con i pneumatici di destra, si ribalta in un frastuono di lamiere mescolato al rumore del clacson stonato e distorto.

Jose accosta e si ferma lentamente. Si slaccia la cintura fissando il fumo che esce dal cofano della macchina ribaltata e scende dalla sua Escort. Cammina piano, seguito dai bambini e dalla moglie silenziosa e invisibile. È concentrato e sicuro, potrebbe trovarsi benissimo in mezzo alla folla e non cambierebbe nulla. Si avvicina ai rottami, apre lo sportello del pilota e il ragazzo cade a terra scivolando con una capriola come sacco di spazzatura. Non è morto, ma di sicuro è stordito. Sulla testa ha un graffietto tanto piccolo da sembrare una puntura di zanzara. È stato fortunato il ragazzo. Jose lo prende per il colletto del giubbotto e lo alza con la forza di un padre che ogni giorno prende in braccio i propri figli almeno cento volte, poi lo sbatte sulla lamiera della Fairlane rovesciata. Il pirata emette un gemito.

«Come ti chiami?»

«Lasciami…» Non fa in tempo a finire la parola che Jose lo sbatte con forza di nuovo sulla lamiera.

«Come ti chiami?»

«Raul… mi chiamo Raul.»

«Raul, un nome da codardo a quanto pare. Dov’è lei?»

«Lei chi?»

«Mia moglie, Maria.»

«È lì, dietro a te, vicino ai tuoi nini.» Jose si gira, guarda sua moglie, nei suoi occhi ora c’è quella rabbia mista a lacrime che avrebbe voluto tirar fuori durante il funerale. Sbatte di nuovo il ragazzo contro le lamiere. Una, due, tre, quattro volte.

«Dove… cazzo… è… il corpo… di mia… moglie?» urla schizzando saliva in faccia all’uomo a ogni strattone.

«Ok ok. Te lo dico, ma devi lasciarmi andare.»

«Non se ne parla.» Jose gli molla un pugno tanto forte che quel graffietto di prima diventa un taglio tanto grande da farci passare un dito dentro.

«Se mi ammazzi non lo scopri, se chiami la polizia non dico nulla.» Parla a fatica l’assassino, a quattro zampe sull’asfalto, ma ha le idee chiare. Un altro pugno e due denti, un molare e un canino gli volano via di bocca e rotolano via sull’asfalto come biglie. Ana ha un sussulto, Maria gli copre il viso con le mani, non può fare altro. Francisco invece è impassibile.

«Ti ci porto…»

«Dove?»

«Ti porto dal corpo di tua moglie ma dobbiamo fare un patto.» Jose alza il braccio pronto a sferrare un altro destro.

«Niente accordo, niente corpo.»

«Cosa vuoi?»

«Ti porto dove l’ho nascosta e tu mi lasci andare. Mi dai la tua auto e io la uso per attraversare il confine. Non mi vedrai mai più. Giuro.»

Jose rimane con il pugno a mezz’aria. Alcune gocce di sangue cadono dalle sue nocche. Dio solo sa quanto vorrebbe schiacciargli il cranio sull’asfalto come una tortillas, ma non può.

 

Chi lo avrebbe detto. Una famiglia allargata che viaggia su una Ford Escort del 1986. Jose e Francisco sui sedili anteriori, e dietro, Ana tra il fantasma di sua madre e l’assassino di sua madre.

«Non ho mai visto un fantasma.» Dice Raul con l’unico occhio buono rimasto fisso a guardare la donna senza voce a pochi centimetri da lui.

«Sta zitto» Gli dice Jose.

«Devi sapere che io non l’ho proprio vista. Era buio, ero appena uscito da lavoro. Non ci ho proprio fatto caso.»

«Perché l’hai nascosta?»

«Ok, avevo bevuto un paio di birre e andavo un tantino veloce…»

«Un tantino veloce? Hanno trovato la sua borsa a brandelli appesa su un albero… Su un albero a tre metri da terra!»

«…Ok, non avevo rispettato i limiti, ero ubriaco e sono ispanico, sai come vanno a finire queste cose. Amico, non sapevo cosa fare. L’ho nascosta, speravo di avere il tempo di far calmare le acque, speravo che la gente pensasse che Maria fosse scappata via…»

Jose si gira e gli da una gomitata sul naso tanto forte da far sentire il “crack” dell’osso. Poi ritorna a guidare un po’ più rilassato di prima. I figli e la moglie si girano a guardare fuori dal finestrino.

 

L’auto è ferma sul ciglio della strada, a due passi dall’incrocio tra la settima e Lincoln Avenue. Il motore della Escort sta iniziando ora a riprendere fiato. Sembra avere il fiatone dopo l’inseguimento per la città. All’interno della macchina c’è una strana calma, un silenzio irreale, reso ancora più reale dalla presenza di un fantasma. Maria fissa il nastro giallo della polizia annodato tra due pali della luce. Vorrebbe ricordare, o vorrebbe dimenticare, difficile a dirsi. Jose invece di sicuro vorrebbe sapere perché. Solo ora si rende conto di dover affrontare il resto della vita senza Maria. Fissa quel maledetto nastro come se fosse il traguardo di una corsa già persa.

«Devi darmi l’auto.» Dice Raul, parlando tra uno sputo di sangue e l’altro.

«Dov’è?» Chiede Jose.

«Dovete scendere, devi lasciarmi le chiavi. La mia macchina accartocciata a due miglia da qui, mi serve un’auto per scappare in Messico.»

Jose lo guarda dallo specchietto retrovisore nauseato al solo sentire pronunciare quelle parole. Gi sembra di aver fatto un patto con il diavolo in persona. È assurdo, talmente assurdo che al confronto, il ricordo di quando lo spirito di Maria è arrivato in casa tre giorni fa attraversando le la porta d’ingresso, sembra la cosa più naturale del mondo. Finire di spaccargli quella faccia di merda a suon di pugni, spezzargli le gambe con il crick, di sicuro lo farebbe stare meglio, in pace, poi il suo sguardo si posa su Maria, seduta dall’altro lato del sedile. Un’anima in pena, un’anima davvero senza pace che fissa dal finestrino quel maledetto nastro giallo. Jose scende dalla macchina, subito dopo i bambini, poi Maria, senza neanche il bisogno di aprire lo sportello. Raul invece, scende, sì, ma non si stacca dall’auto, la tiene stretta come se dovesse scivolar via, apre lo sportello del guidatore e ci si ripara dietro come se fosse uno scudo.

«Le chiavi.» Urla a Jose.

«Dov’è?»

«Prima fai un passo indietro, mi tiri le chiavi e poi ti dico dov’è.»

Jose con riluttanza, ma proprio tanta, lo fa. I bambini guardano soltanto, capiscono lo sforzo che sta facendo il loro padre, sono ragazzini svegli e annuiscono in segno di approvazione. Raul allunga le braccia da dietro lo sportello per prendere al volo il mazzo di chiavi ma gli scivolano dalle mani come se ce le avesse bucate. Forse ha preso qualche botta di troppo. Si piega per raccoglierle più in fretta che può, poi torna a rifugiarsi dietro la portiera. Entra nell’abitacolo e si chiude dentro facendo scattare la serratura. Infila le chiavi, il motorino di avviamento fa un rumore secco e prolungato come se anche la macchina fosse poco incline a lasciarlo andare. In fondo è l’auto di famiglia, Jose l’ha sempre trattata bene, non sarebbe mica tanto strano, ma alla fine si rassegna anche lei e il motore inizia a girare. Raul da un paio di sgasate a vuoto, giusto per essere sicuro non lo lasci a piedi proprio durante la fuga mentre Jose è ancora fermo in piedi in mezzo alla strada. Aspetta con gli occhi iniettati di sangue e i pugni stretti talmente forte da tremare, aspetta forse di veder esplodere la macchina da un momento all’altro, impossibile, certo, ma sarebbe bello. In fondo gli basterebbe che Raul facesse fede al patto, perché nel suo paese puoi essere anche il più sadico assassino, ma un patto è sempre un patto.

«Adesso dimmelo.» Urla Jose sovrastando il rombo della sua Escort.

La macchina si muove prima lentamente, poi accelera girando attorno a Jose e alla sua famiglia impotente.

«Là dentro…» Indica con il dito, Raul. Un palazzo a mattoncini disabitato con le assi elle finestre e tutta la facciata nord crollata in un cumulo di mattoni rossi e pezzi di intonaco. Ce ne sono parecchi in quella zona, di palazzi abbandonati e che fanno fatica a rimanere in piedi intendo, è un posto un po’ lugubre e cadente, forse è per quel motivo che Jose e Maria avevano trovato quella casina a poco prezzo a pochi isolati da lì. «… al primo piano c’è un vecchio armadio in una delle stanze ancora in piedi. Tua moglie… bè…il suo corpo è là dentro.» Poi scappa lasciando sull’asfalto due segni neri e nell’aria l’odore della gomma bruciata.

 

I bambini sono già dentro da un pezzo quando Jose riesce a scavalcare la finestra del piano terra. Il palazzo è come il relitto di una nave, non ci sono nemmeno segni di vandalismo che di solito ci si aspetta di trovare in posti del genere, nemmeno un materasso logoro o qualche siringa negli angoli, solo polvere. Polvere dappertutto e… Jose ci mette un po’ a mettere a fuoco, ma alla fine la vede… qualche goccia di sangue ormai secco sul pavimento. Jose si fa strada tra le assi di legno disconnesse più veloce che può, se trova delle spaccature troppo grandi o se il legno scricchiola in modo anomalo si gira e prende su di peso uno per volta i bambini portandoli dall’altra parte dell’ostacolo. Maria non ha bisogno di aiuto, invece di camminare fluttua da buon fantasma che si rispetti. È la prima ad arrivare alle scale, senza esitazione sale al piano di sopra come se ci fossero ancora tutti gli scalini. Jose invece deve attaccarsi alla ringhiera per proseguire, Francisco attaccato a lui, e dietro Ana, attaccata a Francisco.

«Mi si è impigliato il vestito, si sta strappando tutto.» Dice Ana.

«Non fa niente, te ne ricompro uno nuovo la prossima settimana.» Jose non perde la calma, una parte di lui, anzi, preferirebbe non trovare nulla, preferirebbe uscire da quel palazzo e ritornare a casa e fingere che sta andando tutto bene, ma non può. Al primo piano non c’è nulla come nel piano terra. Solo polvere e polvere e quella dannata scia rosso scuro che disegna il percorso da fare tra un buco sul pavimento e l’altro. Jose cerca di non pensare in che situazione sta mettendo i propri figli, ci mancava anche un palazzo che rischia di crollare d un momento all’altro, come se l’inseguimento non fosse già stato abbastanza pericoloso, va avanti passo dopo passo tenendo strette le mani di Francisco e Ana, poi girato l’angolo, lo vede. L’armadio è illuminato dalla luce del sole che penetra dalla grossa crepa sul muro come da un riflettore di un teatro. Non stona affatto con il resto del palazzo, cade letteralmente a pezzi. Sembra fatto di cartone e di legno di bassa qualità, non varrebbe un soldo nemmeno se fosse in buone condizioni. Una sedia ancora più malconcia, appoggiata di fronte, lo tiene chiuso e qualcosa di scuro gocciola dalla fessura tra le due ante di legno marcio formando sul pavimento una pozza di qualcosa di simile alla melassa. Jose si avvicina lentamente come se si trovasse nella tana di un lupo ora.

«State fermi lì!» Dice a Francisco e Ana sussurrando senza alcun motivo.

«Che cos’è questa puzza?» Chiede Ana con tutta la sua ingenuità.

«Non farci caso.» Le risponde Francisco guardandosi intorno.

Jose si avvicina e scosta lentamente la sedia, poi sfiora l’anta dell’armadio fino a cercare un piccolo appiglio. Lo apre di poco, lentamente, senza spalancarlo, poi con un occhio solo ci guarda dentro. Sembra un bambino spaventato che spia all’interno di uno scantinato buio. Non dice niente, richiude lentamente l’armadio senza fare rumore, come se all’interno qualcuno ci dormisse, rimette la sedia nella posizione in cui l’ha trovata e ci si siede sopra, con le mani a coprirsi gli occhi e inizia a piangere.

Ma Maria dov’è?

 

Raul guida a tutto gas lungo l’interstatale 85. Non c’è anima viva. Nel giro di due ore sarà nel paese dove è nato, e a Las Cruces non ci metterà più piede, questo è certo. Il sole sta tramontando ed è una fortuna visto che gli occhiali da sole sono probabilmente in frantumi in mezzo alle lamiere della sua Fairlane. Si passa la punta della lingua da una parte e l’altra della bocca per contare i denti, ne mancano tre all’appello e ce ne sono almeno due che verrebbero giù solo masticando una gomma. Picchia forte quel figlio di puttana. Controlla il suo aspetto spostando lo specchietto retrovisore… sì, avete ragione, dovrebbe prestare più attenzione alla strada ma certi vizi non se ne vanno così facilmente. La sua faccia sembra un quadro di Picasso, il sangue cola da tutti gli orifizi e uno dei due occhi è sepolto sotto un ematoma grande come una mela. Sembra strano, ma a guardarsi si sente in parte sollevato, pugni lo hanno fatto sentire in qualche modo redento. Ok, ha fatto una cazzata ma in fondo dove se ne va una donna a quell’ora della sera in mezzo alla strada? Per di più in una zona come quella, piena di gente strana, di alcolizzati, di ispanici, e criminali?

Si fruga in tasca per cercare un fazzoletto o qualsiasi cosa possa essere utile per asciugarsi il sangue dalla faccia prima di passare la frontiera. Niente. Allunga la mano verso il cruscotto, in una macchina con dei mocciosi c’è sempre un fazzoletto a portata di mano. Quando apre lo sportello però nota qualcosa con la coda dell’occhio. Si gira e Maria è seduta di fianco a lui e lo guarda, con gli occhi sgranati. Lo sta fissando. Raul perde per un attimo il controllo della macchina ed emette un urlo che sembra una femminuccia. Ritorna a fissare l’asfalto cercando di ritrovare la concentrazione, ma Maria se la ritrova proprio lì, in mezzo alla strada, e la macchina ci passa attraverso. Per una frazione di secondo ne vede l’interno fatto di fumo e di polvere scura come il sangue. Sente un brivido partire dalle mani arrivando fino alla base della schiena, il proprio cuore impazzire nel petto e le ruote della Escort stridere sull’asfalto. Poi vede di nuovo Maria al centro della carreggiata e la vede attraversare di nuovo l’abitacolo per poi svanire come una nuvola nello specchietto retrovisore. Di nuovo e di nuovo ancora, la stessa visione spaventosa che si ripete in loop come la musica di una cassetta incastrata nel mangianastri, poi più nulla. Buio. Ironia della sorte Raul, senza neanche rendersene conto, va a finire proprio sul palo del segnale di “pericolo attraversamento pedoni”, al chilometro 185 dell’interstatale 85, proprio di fronte alla stazione di servizio. Lo schianto è talmente forte che una delle ruote anteriori continua il suo percorso per quasi un miglio prima di fermarsi. Il clacson continua a suonare nell’aria fino a spegnersi e poi rimane solo il fumo, una nuvola nera che sale in cielo come un’anima. Anche Francisco, affacciato su quella crepa nel muro del palazzo in attesa che suo padre smetta di piangere e li riporti a casa, vede quella colonna di fumo nero in lontananza. Non sa bene cosa sia, è troppo lontano ma in qualche modo sa che ha a che fare con sua madre.

 

Stavolta al funerale c’è solo la famiglia Ramirez e non si svolge in chiesa ma direttamente al cimitero, di fronte alla fossa di Maria, Jose tiene in braccio la piccola Ana con ancora indosso il vestito scucito e strappato, non c’è stato tempo di prenderne un altro. Con l’altra mano, stringe le dita di Francisco, scalzo sull’erba fresca, dopo quell’avventura sarebbe stato troppo chiedergli di indossare di nuovo quelle fastidiose scarpe di pelle nera. Accanto a loro c’è Maria, vestita ancora con la divisa del supermercato. Tutti quanti osservano la cassa scendere nella buca lentamente tirata giù da un piccolo argano a motore mentre padre Antonio recita le preghiere di rito.

«Te ne vai davvero stavolta, vero?» Chiede Francisco. Maria annuisce con un sorriso malinconico.

«Perché non resti con noi?» Chiede Ana con la sua solita ingenuità.

«È così che devono andare le cose, Ana. La mamma deve trovare la pace.» Le dice Jose. Maria annuisce di nuovo, non può fare altro, in fondo. Poi lentamente, man mano che la bara affonda nella buca, Maria inizia svanire come nei film. Non c’è panico, è giusto così.

«Ci vediamo alla fine di tutto.» le dice Jose. Lei annuisce per l’ultima volta prima di sparire del tutto. Poi tutti e tre iniziano a piangere e a farlo veramente, senza cercare di trattenere le lacrime, silenziosi e abbracciati insieme. Sarà dura ma almeno sanno che Maria ha trovato la pace.

 

Fine

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