Immortale – racconto

immortale - raccontoH si fermò e rimase in piedi di fronte l’edificio ad angolo tra la Washington st e la Little W St. Era alto dieci piani e aveva la facciata decorata con colonne e capitelli in pieno stile neoclassico, un po’ chiassoso a dirla tutta, ma comunque bello. Fissava la cima del palazzo immaginando il tempo in cui quel quartiere era uno dei più belli della città e pensò che forse, qualche anno prima, quel posto doveva aver ospitato una decina di famiglie benestanti che si salutavano tra loro con un cenno la mattina, passeggiavano con i loro cani di razza e mandavano i loro figli in prestigiosi collegi europei. Abbassando lo sguardo sulla facciata, i graffiti colorati, al piano terra, ridisegnavano la triste storia del quartiere, riempiendo ogni piccolo spazio sull’intonaco fino al marciapiede, dove i cumuli di immondizia si mescolavano con i barboni che dormivano sotto le scatole di cartone….

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Inferno & co – racconto

 

 

INFERNO E COEbbene sì, sono proprio io, il diavolo. Forse vi aspettavate le corna caprine, la pelle rossa e la coda a punta, ma queste cose purtroppo non spaventano più come un tempo. Ora il mio aspetto è quello di un normalissimo ausiliario del traffico, con tanto di gilet catarifrangente, borsello e tablet alla mano. L’evoluzione non è altro che adattamento al cambiamento e in questo, noi dalla parte del male, siamo mille volte migliori dei nostri avversari. Noi della “Inferno & Co” ci siamo evoluti.

Ci sono stati numerosi mutamenti nella nostra…oops, scusate nella vostra società, per questo, e per poter essere competitivi nel mercato delle anime, oltre al nostro aspetto, abbiamo dovuto adattare anche il nostro approccio…

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Mastersurgery – racconto

 

MASTERSURGERYDevo ammettere che l’ultima sfida è stata una delle più difficili. Eravamo tutti lì, ognuno dietro al proprio bancone, con lo sguardo rivolto ai giudici, in trepidazione prima della sfida. Sopra al mio tavolo da lavoro, accanto agli strumenti, adagiato su di un piano di acciaio e coperto da un telo bianco, c’era l’oggetto della prova del giorno. Si respirava un’aria di tensione molto strana, sembrava di stare in finale, invece eravamo ancora alle eliminatorie. L’ansia è una delle cose che questo show riesce a trasmettere al pubblico con scrupolosa fedeltà. In effetti basta poco: un lungo momento di silenzio, qualche sguardo sfuggente, una musica drammatica, l’impassibile severità dei giudici, tutto in questo spettacolo è studiato per tenere il pubblico sulle spine.

Sarebbe dovuta essere una prova semplice. Nelle scorse edizioni ci sono stati un sacco di pasticci durante le prime fasi, è normale quando dei dilettanti senza talento provano a partecipare a tutti i costi, perciò ci aspettavamo qualcosa di poco impegnativo, tipo l’asportazione di un neo, un alluce valgo, o magari una ciste…

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gli Odiatori – racconto

GLI ODIATORIÈ notte, quasi l’alba e c’è una leggera foschia tra i vicoli della città senza nome e vago come uno spettro cercando di portare a termine la mia missione. Agli angoli delle strade, mucchietti di cenere umida emanano un odore che ricorda le vecchie grigliate estive in montagna, nulla di più lontano dalla realtà, che strana ironia. La città a quest’ora è più lugubre e spaventosa del solito, la calma è solo apparente, il silenzio è solo una trappola, loro sono in agguato dietro ogni angolo, ne sono sicuro, sento il loro sguardo addosso, lo sento penetrare attraverso il cappuccio, mi stanno studiando, stanno analizzando le mie mosse, stanno cercando di capire perché mi trovo qui, stanno cercando un motivo per attaccarmi… e ce l’hanno. I vaccini che tengo nello zaino non sono per me, sono per i bambini della Resistenza, costretti a vivere sotto terra, a cibarsi di rifiuti e a vivere nel terrore. Temono che un giorno vengano a prenderli e li trasformino in cenere, o peggio, che li facciano diventare come loro. Loro sono gli Odiatori, la nuova inquisizione….

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Il vecchio col cappello – racconto

IL VECCHIO COL CAPPELLOÈ una vita dura, ma qualcuno dovrà pur farla.

La mia sveglia è alle 4.00, non un minuto di più, non un minuto di meno, grazie alla mia prostata precisa come un orologio svizzero. La mia mise della mattina comprende: zoccoli di legno di rovere ai piedi, giusto per far incavolare il tizio al piano di sotto, dentiera in bocca e canottiera di lana sulle spalle come protezione da qualsiasi malattia o aggressione. A colazione mi concedo una caffettiera intera e quattro gallette dell’esercito del 1944 per cominciare la giornata con energia. Prima di uscire indosso solo tre maglie di lana, perché è giugno e si sta facendo caldo, camicia di flanella, giacca, pantaloni cachi, scarpe in pelle di mammut e il mio segno distintivo, quel tocco di classe che contraddistingue la mia generazione: il cappello stile coppola siciliana in poliestere con trama a quadri grigi. Ce l’ho dal 1981, mai cambiato….

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Ciao a tutti, sono Olimpia – racconto

ciao a tutti sono olimpia_revCiao a tutti, sono Olimpia, ho un anno e mezzo, sono un cane e sto per finire nei guai.

Non lo dico per discolparmi, per carità, e so bene di aver fatto una cavolata ma credetemi se vi dico che non era mia intenzione fare del male a qualcuno.

Tutto è iniziato qualche minuto fa… anzi, partiamo dall’inizio… tutto è iniziato un anno e mezzo fa, quando quel brav’uomo del mio padrone, dotato di grande fascino e spiccata intelligenza, mi ha tirato fuori da quella piccola gabbia in cui vivevo stretta e sporca insieme ai miei fratelli, mi ha caricato nella sua auto e mi ha portata a casa sua…

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RIP – racconto

rip - racconto

Immaginate una casa come tante, alla periferia di Las Cruces, New Mexico. Una di quelle case di legno con un piccolo giardino di fronte, una bici rossa appoggiata su un salice che fatica a venir su in quella terra dura come il cemento. Un’altra bici, azzurra e graffiata praticamente dappertutto, gettata in mezzo all’erba secca come una buccia di banana. La casa è dipinta di bianco ma il sole ha fatto crepare la vernice su tutto il lato sud e gran parte del lato ovest, fortunatamente l’edera copre le parti peggiori. Una casa come tante e all’interno una famiglia messicana come tante. Jose Ramirez ha attraversato la frontiera quindici anni fa, tenendo per mano la sua ragazza Maria. Stavano insieme praticamente da sempre, sono stati i loro genitori a decidere per loro, cosa che avrebbero potuto evitare, in fondo il Messico non è mica come l’India, ma loro stavano davvero bene insieme e non si sono mai separati. La decisione di andare a vivere dall’altra parte del confine però l’avevano presa in totale autonomia, quella sì, avevano messo da parte un po’ di soldi, li avevano nascosti nelle mutande e poi avevano fatto il passo. Non era stato nemmeno tanto complicato, in fondo non erano che due ragazzi che volevano mettere su famiglia negli Stati Uniti. Avevano trovato un piccolo appartamento in centro, spendevano poco, col tempo erano riusciti a comprare casa, umile, vecchia e con la vernice piena di crepe ma era la loro, pochi anni dopo si sono sposati lì, a Las Cruces. Maria aveva trovato lavoro come cassiera in un supermercato a due chilometri di distanza, Jose invece lavorava in proprio. Suo padre gli aveva insegnato ad aggiustare praticamente qualsiasi cosa avesse una parte meccanica, a lui piaceva e ci era anche portato, e Dio solo sa quanto questo tipo di capacità possa servire in una piccola cittadina. Poco dopo è arrivato il piccolo Francisco, e neanche un anno più tardi, anche la nina Ana.

«Papà… Dove si va a finire quando si muore?»

«Dipende da ciò in cui credi.»

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