NO CHILD – racconto

no childQuello che segue è un documento ufficiale riguardante il tragico evento del cinque novembre. Quest’opera pur essendo composta da testimonianze dirette di persone coinvolte nei fatti precedenti alla data indicata e sopravvissute alla vicenda, non vuole in nessun caso fornire un pretesto per emettere giudizi in merito o pareri riguardo l’accaduto. Le testimonianze raccolte qui, sono punti di vista soggettivi e possono contenere pareri e suggestioni riguardo i fatti ma sono da considerarsi svincolati dall’opera stessa.

Caterina – intervistatrice per il documentario sul metodo Mayer

Quando li ho incontrati per la prima volta, era l’ottobre dello scorso anno. Lui era vestito in giacca grigia e cravatta blu, pantaloni cachi e un paio di scarpe in pelle marrone lucide come se fossero appena uscite dal negozio. Lei portava una camicia leggera, bianca con il colletto di pizzo che le sporgeva da sotto il mento, troppo leggera per il freddo di quella mattina, infatti se ne stava con le mani intrecciate tra le gambe. Era ovvio che quello non era il loro abituale modo di vestire, si erano conciati in quel modo per l’occasione, come se fossero lì per esporre la tesi di laurea. Erano adorabili. Durante l’intervista si davano manforte a vicenda, lei guardava lui prima di dire ogni parola e lui faceva lo stesso. Di solito in una coppia c’è sempre chi è dominante sull’altro, e non c’è nulla di male in questo, ma per loro era diverso, erano due persone timide e introverse che si volevano bene, niente di più.

Lui, Joseph era un responsabile di magazzino di una grossa azienda agricola. La sua famiglia era di origine austriaca. Sua madre morì molti anni fa, suo padre invece era uno dei medici che hanno sviluppato il progetto Mayer, un biologo stimato in tutta Italia, uno scienziato. A quanto pare Joseph ha scelto di non seguire le orme di suo padre. Elisabetta invece, figlia di dipendenti statali, era segretaria in uno studio di architetti. Nonostante avessero delle buone famiglie alle spalle, non ricche, ma buone, ci tenevano a dimostrare la loro totale indipendenza economica e la loro sincera umiltà. Addirittura Joseph si dimostrava molto reticente a parlare di suo padre, non per vergogna, ma voleva dimostrare che il cammino che aveva intrapreso non aveva nulla a che fare con lui… o almeno credo. Non nego che la scelta per il documentario sia caduta su di loro per il padre di Joseph, avrebbe completato il quadro descrittivo sul metodo Mayer, fornito spunti, e in fondo speravamo anche in un’intervista che alla fine ci è stata negata, ma poco importa, ritengo che siano stati comunque una scelta giusta per il film.

Quando ho domandato loro perché volessero tanto un figlio, si sono guardati negli occhi per qualche secondo, come se comunicassero telepaticamente, poi Joseph ha detto: «Non credo che ci sia un motivo ben definito. Credo sia un bisogno naturare, quello di avere un figlio. Credo che la decisione sia frutto di una specie di trabocco di amore nella coppia. Credo sia il desiderio di contenere tutto questo in una terza persona.» Devo ammettere che mi sono commossa. Subito dopo Joseph ha confessato di essersi preparato quella frase il giorno prima. A quel punto siamo scoppiati a ridere. Elisabetta aveva una risata nasale che ti faceva morire. Erano fantastici.

Subito dopo ho domandato loro se sapevano cosa li aspettava a qual punto. Sono diventati seri. Hanno detto che erano ben coscienti delle loro decisioni. Alcune coppie intorno a loro avevano preso quella strada, più di una aveva rinunciato, altre no. Non erano stupidi, quello posso assicurarvelo e non erano neanche pazzi come molti pensano.

Luciano – futuro padre

Li ho visti quel giorno al centro Mayer di Firenze, erano proprio quei due, ne sono sicuro. Quando sono arrivato erano seduti proprio di fronte a me, mi ricordo bene di loro perché erano inquadrati in continuazione da un tizio con la telecamera. Ho pensato subito che fosse uno di quegli stupidi reality show. Ricordo che mi sono chiesto che cosa avessero di speciale, di sicuro non erano attori, quello non lo avrei mai detto, non erano abbastanza belli per esserlo. Comunque ho fatto finta di niente come tutti quanti, in fondo non hanno tentato di passare avanti, se ne sono stati lì, ad aspettare il loro turno per almeno tre ore e mezza. Poi quando è toccato a loro sono scattati in piedi come grilli. Alla reception c’era una grassona intrattabile. Per tutto il tempo non ha mai alzato lo sguardo dal computer, lo ha fatto anche con me, ma con loro è stato diverso, li ha mandati via senza nemmeno provare a dare loro una mano. È stato tremendo.

«Che cosa?…» Ha urlato lui, e allora tutti quanti in sala di attesa si sono girati a guardare. Sa com’è, qui in Italia, quando qualcuno inizia a urlare, attira un sacco di attenzione. «… nel depliant non c’era scritto nulla riguardo l’atto di nascita dei nostri genitori, che senso ha?»

E quella ha risposto: «Del senso o meno non sono cose che mi riguardano o che la riguardano, il depliant invece, se intende quello che le è arrivato per posta, sarà stato stampato almeno un anno fa. Il programma Mayer viene aggiornato di continuo, deve andare a vedere sul sito internet.»

E allora la moglie ha detto:«Abbiamo fatto più di tre ore di fila, io e mio marito abbiamo preso una giornata di permesso per venire qui a fare la domanda per lo sblocco, non possiamo prenderne un’altra!»

E allora la cicciona le ha risposto: «Non sono affari miei…» E ha continuato a digitare chissà cosa sul computer. Poi quando stavano per andarsene ha aggiunto: «… e comunque se lavorate entrambi non credo che vi daranno lo sblocco.» A quel punto i due si sono fermati e sono tornati indietro.

«Che intende dire con questo?» Ha chiesto lui.

E la cicciona a quel punto, ma solo a quel punto, si è tolta gli occhiali e li ha guardati in faccia. «Se lavorate tutti e due non penso che la commissione vi darà lo sblocco. Di solito prediligono le coppie in cui solo uno dei due partner lavora. Altrimenti come si fa a crescere un bambino?»

Questo ha detto la grassona. Insomma, non so se è vero, a mio cugino lo hanno dato comunque lo sblocco, e lavorano tutti e due. Certo, sua moglie fa lavoretti a maglia e braccialetti, e lo fa nel garage di casa, dunque non so se può essere considerato un vero lavoro. Comunque non è la prima volta che sento una cosa del genere. Di certo, per i documenti dovevano guardare le indicazioni nel sito, quello lo sanno tutti.

Laura – amica dei coniugi

Quando sono venuti a sapere che uno di loro doveva lasciare il lavoro, li ho visti quasi cedere. Joseph e Elisabetta hanno in progetto da quando si sono conosciuti di comprarsi una bella villetta vicino Siena con un giardino, l’orto, magari qualche gallina, insomma un luogo sano dove poter crescere il loro bambino, sempre se avessero ottenuto lo sblocco. Da quel momento invece quel sogno si era rotto. Lo so, ci siamo passati pure noi. Io e mio marito intendo, ma qualche anno fa le regole erano meno ferree, c’erano meno limitazioni. Ora la cosa è davvero difficile. Anche i corsi durano di più e hanno introdotto nuove materie. Anche economia, che per fortuna non c’era qualche anno fa, perché mio marito di economia non ci capisce nulla, non gli entra proprio in testa e ora grazie a Dio abbiamo una splendida bambina di tre anni. Comunque Elisabetta e Joseph sono sempre stati bravi a risollevarsi a vicenda. Si sarebbero accontentati anche di vivere in un monolocale pur di avere un bambino tutto per loro. Conosco Elisabetta da quando facevamo le medie, per lei, avere un figlio, non era un’ossessione come per tante donne ma di sicuro era una cosa fondamentale, una cosa necessaria, come respirare. Non ne parlavamo spesso ma sapevo che era così. Per lei era scontato che un giorno ne avrebbe avuto uno. E per bambino intendo anche una bambina, non credo che per loro avesse importanza il sesso, oppure mi sbaglio, non lo so. Comunque quando ci hanno parlato della loro brutta esperienza durante l’iscrizione li ho visti parecchio irrequieti. Quella stessa sera erano a cena a casa nostra e ci hanno raccontato tutto, poi sono rimasti in silenzio. In quel momento ho visto Elisabetta guardare nostra figlia e sorriderle. Poi ha rivolto il proprio sguardo a Joseph e si sono abbracciati. Ecco, credo che loro prendano le decisioni in quel modo, guardandosi. In quel momento credo che abbiano deciso di continuare.

Giulio – Medico del centro Mayer di Firenze

La coppia era in salute. Non ricordo molto di loro a dire la verità, abbiate pazienza, mi capitano almeno dieci coppie al giorno e le regole cambiano in continuazione. Non ricordo bene nemmeno i loro volti. Poi considerate che io sono solo un medico generico, qui ci sono decine di specialisti. Le coppie vengono sottoposte a test clinici di ogni tipo per controllare predisposizioni genetiche a malattie, imperfezioni cardiache, problemi vascolari, per non parlare del lato psichiatrico. Immagino che vogliate sentirmi dire che le coppie qui sono sottoposte a forti stress? Certo che lo sono, è normale, ma alla fine è anche questo un argomento di valutazione. In fondo il progetto Mayer è nato proprio con questo scopo, evitare gli errori. Comunque erano in salute, non erano perfetti, ma erano a posto. Ora che ci penso mi ricordo le telecamere. C’era un tizio che li seguiva ovunque con una telecamera in spalla. Dicevano che avevano i permessi, che stavano girando un documentario. Ecco cosa ricordo.

Erik – padre di Joseph

Quando Joseph è venuto da me e mi ha detto di voler fare un figlio con Elisabetta, ero molto felice. Non perché volevo un nipote da poter portare al parco o fargli mangiare il gelato. No, non credo di essere quel tipo di nonno, ero contento perché quello era il compimento della mia vita. Quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto Mayer il mondo era nel disordine completo. La sovrappopolazione era arrivata a dei livelli tali che le risorse erano al limite, e sia ben chiaro, non sto parlando di risorse come oro e argento, ma di ossigeno e acqua. La nostra era un’utopia, solo ora me ne rendo conto. Ho cercato di spiegare alla gente il motivo di tutto questo per anni e ora sono io a non capirlo. Strana la vita. A quel tempo tutti facevano figli come se fossero giocattoli. Tossicodipendenti, prostitute, minorenni, mettevano al mondo delle povere creature inconsapevoli di gettarle nella fossa dei leoni senza le adeguate protezioni. Non lo abbiamo fatto per il mondo però, lo abbiamo fatto per i nostri figli. Per non farli crescere in un mondo pieno di sbagli, per evitare che un giorno si fossero trovati impreparati di fronte a una delle cose più complicate che un uomo e una donna possono affrontare. Crescere un figlio è complicato, sa? Si, lo è davvero. Joseph è stato un figlio eccezionale ma non crediate che sia stato facile crescerlo da solo. Mia moglie è morta quando lui aveva cinque anni. Riuscite a immaginare? Fortunatamente avevo un posto come professore di biologia all’università di Bologna e mi davano un bello stipendio. Un giorno, a me e ad altri colleghi ci è venuto in mente il progetto Mayer. All’inizio si chiamava “Progetto per la sostenibilità della riproduzione”, poi lo abbiamo cambiato, suonava troppo complicato. Devo ammettere che ero molto fiero della cosa fino a poco tempo fa, ora non più. Le cose cambiano.

Joseph mi ha chiesto: «Credi che Elisabetta ed io siamo pronti?»

E io gli ho chiesto: «Per cosa?»

E lui mi ha detto: «Ma come per cosa? Per lo sblocco!»

Glielo avrei dato di persona lo sblocco. In fondo sono io ad aver progettato il vettore virale che riattiva la fertilità, ma questo avrebbe reso vano tutto quello che ho portato avanti nella mia vita. Allora ho detto: «Non sono io a doverti giudicare. Vai in un centro Mayer e se sarai idoneo te lo daranno loro.»

Sono un imbecille. Me ne rendo conto solo ora. Avrei dovuto dirgli di rinunciare. Che sarebbe stato logorante, frustrante.

Sono già venuti da me con le telecamere. Dicevano che era per un documentario sul progetto Mayer, non li ho fatti entrare, pensavo fosse per uno di quei video di protesta. Scusate, sono parecchio distratto questi giorni, posso offrirvi qualcosa? Un caffè?

Fabrizio – professore al centro Mayer di Firenze

Quel giorno ero a casa per la varicella di mio figlio sa? A volte i bambini possono salvarti la vita.

Ma non è di me che bisogna parlare, giusto?

Insegno cultura generale al Centro da più di sei anni. E mi ricordo di Joseph e Elisabetta. Erano in due classi diverse, non so perché. Credo che l’assegnazione sia del tutto casuale. Ricordo che Joseph era molto stanco durante i corsi serali, lavorava tutto il giorno. Come tutti in fondo, ma molti prendono la cosa alla leggera, ritengono questi corsi una perdita di tempo, almeno fino all’esame, poi si rendono conto che i test sono reali e devono rifare tutto daccapo. Joseph invece ce l’ha messa tutta fin dall’inizio, anche se era davvero difficile per lui. Anche avere sempre quel tizio con la telecamera in spalla che ti segue dappertutto non deve essere facile. Per sua moglie invece era tutto più semplice, lei aveva smesso di lavorare da poco e poteva dedicarsi a pieno allo studio. Forse è grazie a lei che hanno superato tutti i test con la sufficienza piena. Si sostenevano a vicenda, era chiaro. Appena finite le lezioni si fiondavano nel corridoio per trovarsi. Erano una bella coppia, e non avevo alcun dubbio sulle loro intenzioni. A volte, li vedi quelli che non prendono la cosa sul serio, qualche volta si vede che è la donna a spingere l’uomo a richiedere lo sblocco per avere un figlio mentre all’uomo non frega nulla. Meno spesso è il contrario, ma succede. Per Joseph e Elisabetta era diverso, lo volevano entrambi. Lo ammetto, li ho aiutati su qualche domanda durante i test finali, ma lo faccio con tutti, le domande sono davvero difficili. A volte sembra che la gente sia qui per prendere una laurea e non per avere un bambino. Sia chiaro, non sono un dissidente, quello che ha fatto il progetto Mayer è stato un passo avanti per il progresso, ma forse la cosa ci sta sfuggendo di mano. Non so, non faccio parte della commissione. So che la procedura è frutto di enormi studi, ma penso che si stia andando verso una specie di selezione genetica forzata. Forse sono solo sconvolto per l’accaduto. Ma ci pensate? Veniamo al mondo sterili, i nostri geni sono bloccati per la riproduzione finché una commissione di persone pari a noi decide di darci quel maledetto virus. Un virus con il nostro nome e cognome scritto sopra che ci rende finalmente capaci di procreare. Come se fosse una malattia. Non la pensavo così prima del cinque novembre. Scusate, credo sia ora di finire qua l’intervista.

Enrica – Collega di Elisabetta

Li ho visti. Elisabetta e Giovanni, l’architetto, si sono incontrati nel parcheggio. Elisabetta aveva dato le dimissioni la settimana prima ed era venuta per prendere l’ultima busta paga, poi è ritornata al parcheggio e lo ha aspettato almeno un’ora. Sa, la finestra del mio ufficio da proprio sul parcheggio nord dell’edificio e Elisabetta aveva messo la macchina vicino all’uscita. L’ho riconosciuta subito la sua panda rossa. E mi sono anche chiesta che cosa ci facesse tutto quel tempo in auto. Poi l’ho visto arrivare. Giovanni è un uomo molto affascinante, non è bellissimo e avrà anche sessant’anni ma di sicuro ha il suo fascino. Comunque è entrato e ha parcheggiato la sua Mercedes nera accanto alla panda. A quel punto sono scesi entrambi dalle loro auto e si sono messi a parlare. Sia chiaro, non le ho certo messe in giro io le voci, ma le ho sentite. Giovanni aveva una relazione o almeno una cotta per una qui dentro, ma non immaginavo certo che fosse Elisabetta. Insomma, non è perché lei è sposata, in fondo queste cose succedono… è che non era certo la più carina dello studio. Oddio, detto in questo modo sembra che stia qui a sparare giudizi, ma non è quello che intendevo. Nel senso, aveva i suoi difetti Elisabetta, il sedere grande, gli occhi troppo vicini, ma ne abbiamo tutte quante di difetti, solo che Giovanni era di un’altra pasta. Non so se mi spiego. Comunque li ho visti parlare nel parcheggio e siccome era caldo, ma veramente caldo quel giorno, ho deciso di aprire la finestra e a quel punto ho sentito distintamente la frase: «Devi smetterla di chiamarmi e di mandarmi messaggi!»

Ed era Elisabetta a dirlo, la cosa mi ha lasciato di stucco. Insomma, Giovanni non mi sembrava proprio tipo da correre dietro a una ragazza come Elisabetta, avrei detto il contrario. Comunque lui si è guardato intorno e ha cercato di calmarla, poi ha detto: «Non fare così, non stiamo facendo male a nessuno, non voglio sostituirmi a tuo marito…» O qualcosa del genere.

Allora lei ha risposto: «Non posso, non è un gioco, non posso permettermi di giocare, non ora. Controllano tutto, controllano gli amici, il lavoro, i contatti, è troppo importante…» O qualcosa del genere. Poi è montata in auto ed è uscita dal parcheggio. Basta, questo è tutto quello che so su questa storia.

Caterina – intervistatrice per il documentario sul metodo Mayer

Li ho incontrati parecchie volte durante l’anno di formazione per lo sblocco. Sono sempre stati molto concentrati sull’obiettivo, convinti di poter arrivare fino in fondo. Un giorno, durante la solita intervista li ho visti quasi in lacrime. Non si guardavano più, erano come estranei. Ho posto loro le domande di rito, come stessero andando i corsi e le visite e loro rispondevano a monosillabi: «Bene» Oppure: «Il solito»

C’era qualcosa che non andava. Con il regista poi abbiamo controllato il girato degli ultimi giorni e avevano avuto una brutta litigata a quanto pare. Non ne so il motivo, di fronte alla telecamera cercavano di minimizzare. Prima dello sblocco poi si sa, se si viene a sapere che ci sono problemi di coppia può saltare tutto. Comunque non so dirvi quale fosse il problema. Quella è stata l’ultima volta che li ho visti di persona.

Franco – vicino di casa

Li conosco da quando sono venuti a vivere lì, accanto a me… conoscevo insomma. Loro avevano preso l’appartamento al piano terra proprio accanto al mio. Dall’altra parte della rete c’è il loro giardino, vedete? Erano persone gentili. Più di una volta il mio cane è saltato dall’altra parte a ha rovesciato i loro vasi, ma loro sono stati sempre molto comprensivi. Ovvio, ho ripagato tutti i danni, sia chiaro, sono una persona corretta, io. Una volta Joseph mi ha portato il terriccio e il fertilizzante per il mio orticello. Sapete, lui lavora in quella grossa azienda agricola, non deve essere stato difficile portare via qualche sacco. Comunque è stato gentile, senza alcun dubbio. Con lei invece ci ho parlato poco, non che mi stesse antipatica, ma credo che non le piacesse il mio cane, comunque non mi ha mai detto nulla a riguardo, era gentile anche lei. Quando li ho visti arrivare a casa l’anno scorso, con tutta quella attrezzatura, le telecamere, mi sono alterato, lo ammetto. Pensavo che facessero uno di quegli stupidi reality per la tv in cui non fanno altro che dire porcate, e ho detto loro che non ce li volevo quei tizi con le macchine da presa intorno a casa mia. Poi Joseph mi ha spiegato la storia del documentario sul metodo Mayer e mi sono calmato. Sa, ai miei tempi i bambini li potevano fare tutti quanti, era un vero disastro. Mia madre è rimasta incinta di me quando aveva quindici anni e poi ha sfornato altri sei fratelli, ci pensa? Non dico che sono cresciuto male, ma di sicuro se avesse potuto, si sarebbe data una controllata. Ero contento dunque che Joseph e Elisabetta volessero fare un figlio, voleva dire che erano sicuri. Pure mia nipote ci ha provato, ma dopo solo tre mesi dalla richiesta, il suo compagno se ne è andato. Alla fine è stato meglio così, era un vero coglione quel tizio.

Se litigavano dite? Certo, tutti litigano, non conosco nessuno che almeno una volta alla settimana non si fa una bella litigata. Da quando c’erano le telecamere a casa loro però, se ne andavano in giardino a discutere. Urlavano sottovoce, capite cosa intendo? Come quando sei arrabbiato e vuoi tenertelo dentro per paura che ti sentano ma sei veramente troppo arrabbiato e in qualche modo va a finire che ti sentono tutti lo stesso. Quel giorno sono stati più di un’ora in giardino a urlare piano. Il mio cane abbaiava come un pazzo a sentirli e veramente non ce la facevo più nemmeno io. Volevo farmi gli affari miei ma da casa mia si sente veramente tutto. Lei stava dicendo cose del tipo: «Non sono io a contattarlo, è lui che non la smette» E poi anche: «Non c’è stato niente, era solo un gioco, non abbiamo fatto nulla!»

Non mi metto a giudicare, sono cose che capitano in fondo, ma certo, con la cosa dello sblocco dovevano stare attenti. Poi comunque alla fine si sono baciati e sono tornati dentro casa. Ve l’ho detto, era brava gente, si volevano bene.

Laura – amica dei coniugi

Ce l’avevano fatta, sa? Quella sera abbiamo festeggiato insieme a casa nostra. Abbiamo pure stappato una bottiglia di spumante. Erano in fibrillazione. Un anno di corsi, esami, visite mediche, visite coniugali, test psicoloattitudinali… alla fine ti logorano. Loro avevano finito e avevano superato ogni test in pieno. Mi ricordo, quando è successo a mio marito e me, non ci sembrava vero. Erano stremati ma felici. Come se fossero arrivati primi alla maratona. Che in fondo poi non è tanto diverso dalla realtà. Ho letto che nemmeno il dieci percento delle coppie arriva fino alla fine, chi per rinuncia, chi perché la commissione non lo ritiene all’altezza. È una bella percentuale.

Luigi – cameramen del documentario

Io ero lì, li seguivo come ogni giorno. Stavano in fila di nuovo in quel posto, il centro Mayer per ritirare il certificato per lo sblocco. Sa, erano eccitati, si vedeva. Non nervosi, eccitati! Sono stati in fila due ore ma non gli si toglieva il sorriso dalla faccia. Poi sono andati allo sportello e c’era di nuovo quella grassona con gli occhiali che non guarda le persone in faccia. Ha digitato qualcosa sul computer e poi ha detto che non potevano ricevere lo sblocco. Sì, esatto, niente sblocco, è stato umiliante.

A quel punto Joseph, ha spalancato gli occhi e ha detto tipo: «Impossibile, la prego controlli di nuovo.»

E allora quella ha risposto: «Niente da fare signori, la domanda è stata rifiutata.»

E a quel punto è intervenuta la moglie: «Non è possibile, abbiamo superato tutti i test, le prove…»

Allora la cicciona ha detto, senza mai alzare lo sguardo:«Qui c’è scritto “NO CHILD – incompatibilità estetica”.» Sono rimasti in silenzio per qualche minuto, poi insieme hanno detto: «Cosa?»

E allora la tizia allo sportello si è tolta gli occhiali e ha iniziato a massaggiarsi le tempie come se la stessero importunando chissà in che modo. «Dovete guardare sul sito, li ci sono tutte le informazioni.»

Poi hanno iniziato a urlare un po’ tutti quanti, pure le persone sedute in sala d’attesa, e poi è arrivata altra gente e io ero lì in mezzo a prendere spintonate a destra e sinistra. Roba che se mi cadeva la telecamera, me la dovevo ricomprare con i miei soldi. Poi è arrivata una con un camice bianco che ha cercato di calmare tutti quanti, ha letto quel messaggio sullo schermo e con molta calma ha detto: «Mi dispiace, signori. La commissione ha valutato la vostra situazione estetica e ha ritenuto la vostra richiesta di sblocco non idonea, mi dispiace.»

«Che senso ha? Che vuol dire? Santiddio!»

«Il sistema Mayer è nato per i bambini, per farli crescere senza discriminazioni e senza ingiustizie. Purtroppo viviamo in una società in cui i canoni estetici sono importanti e la commissione ha valutato che un vostro ipotetico figlio sarebbe potuto essere soggetto a questo tipo di discriminazioni. Lo so che non è facile da accettare ma è così.»

Sono rimasti tutti ammutoliti. Certo, il discorso ha senso, ma non è bello sentirsi dire una cosa del genere, credo.

Nessuno ha parlato per un po’. Solo la ragazza ha chiesto se potevano fare ricorso o roba simile e quella dottoressa ha detto solo: «Mi dispiace.» Solo questo. Da quel momento, il marito non ha detto più nemmeno una parola. Non una sola, capite? Fino all’esplosione, è chiaro.

Sandro – collega di Joseph

Ho visto Joseph arrivare con la sua auto martedì scorso. Aveva chiesto delle ferie per lo sblocco e nessuno si aspettava di vederlo quel giorno. Non ha detto una parola, è entrato in magazzino, ha preso due sacchi di fertilizzante all’azoto, li ha caricati nel portabagagli e se ne è andato. Certo, non era la prima volta, pure io mi sono portato a casa qualche attrezzo, ma farlo così in modo plateale e senza dire nulla… ci è sembrato un po’ strano.

Elisabetta

Joseph non ha detto nemmeno una parola per tutto il giorno. Ha evitato le telecamere e si è chiuso in garage. Non l’ho mai visto così.

Luigi – cameramen del documentario

È stato lui a chiedermi di accompagnarlo, Joseph. A dire la verità avevamo chiuso le riprese per il documentario, avevamo tutto, facce tristi, qualche lacrima… con una bella canzone di sottofondo sarebbe stata una chiusura magnifica per il film. Ma lui me lo ha chiesto e io sono andato. Non sapevo che volesse ritornare al centro Mayer, non ha detto proprio nulla per tutto il viaggio. E poi, non è che fossimo diventati proprio amici, io lo seguivo con la telecamera per qualche ora e a fine giornata ci salutavamo con un “ciao”, ma niente di più. Poi siamo arrivati al parcheggio del Centro e lui si è voltato verso di me e mi ha detto: «Riprendimi!». Io ho acceso la telecamera e gliel’ho puntata in faccia.

«Mi chiamo Joseph e vivo in un mondo sterile. Un mondo in cui si viene giudicati per tutto quanto, intelligenza, ricchezza, bellezza. Io non sono perfetto, questo è vero, ma questo non mi ha mai limitato. Ho una moglie che mi ama, ho un buon lavoro e una vita onesta. Quello che fa il progetto Mayer è creare discriminazione, non toglierla.»

Ho continuato ad inquadrarlo per qualche minuto, anche se non diceva nulla. Era pallido, tremava, sgranava gli occhi. Non lo avevo mai visto così. Io sono solo un cameramen, mi pagano per fare il mio lavoro e basta, non posso certo stare a discutere con le persone, non sarebbe professionale.

Poi ha aperto lo sportello, è sceso e mi ha detto di non seguirlo per nessun motivo. Allora sono rimasto in auto con la telecamera accesa. Figuratevi, pensavo che andasse a sporgere reclamo alla commissione, niente di più…. Invece ha preso un borsone dal portabagagli… non sapevo che cosa ci fosse dentro… che ne so, pure io ho un borsone in macchina per la palestra… certo, quella non era la palestra, ma in quel momento non ci ho pensato… poi è entrato, sono passati dieci o quindici minuti… poi l’esplosione. Cazzo, la cosa più assordante che ho mai sentito. E ho visto venir giù il palazzo come se fosse fatto di pezzi di domino. Ho filmato tutto quanto, potete vederlo bene… sì, ok… stavo tremando ma si vede venir già tutto il palazzo, è stato tremendo.

Elisabetta

Joseph non era cattivo.

Fine

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