Mastersurgery – racconto

MASTERSURGERYDevo ammettere che l’ultima sfida è stata una delle più difficili. Eravamo tutti lì, ognuno dietro al proprio bancone, con lo sguardo rivolto ai giudici, in trepidazione prima della sfida. Sopra al mio tavolo da lavoro, accanto agli strumenti, adagiato su di un piano di acciaio e coperto da un telo bianco, c’era l’oggetto della prova del giorno. Si respirava un’aria di tensione molto strana, sembrava di stare in finale, invece eravamo ancora alle eliminatorie. L’ansia è una delle cose che questo show riesce a trasmettere al pubblico con scrupolosa fedeltà. In effetti basta poco: un lungo momento di silenzio, qualche sguardo sfuggente, una musica drammatica, l’impassibile severità dei giudici, tutto in questo spettacolo è studiato per tenere il pubblico sulle spine.

Sarebbe dovuta essere una prova semplice. Nelle scorse edizioni ci sono stati un sacco di pasticci durante le prime fasi, è normale quando dei dilettanti senza talento provano a partecipare a tutti i costi, perciò ci aspettavamo qualcosa di poco impegnativo, tipo l’asportazione di un neo, un alluce valgo, o magari una ciste. Poi Sbarbieri ci ha detto di sollevare i teli e siamo rimasti tutti quanti a fissare i corpi sui nostri tavoli per almeno cinque minuti senza dire nulla. Non si vedevano escoriazioni, gonfiori, ferite, arrossamenti di nessun genere. Erano corpi di uomini e donne di età e corporatura differente, apparentemente senza nulla in comune. Di sicuro la prova non riguardava nessuna patologia cutanea, né qualcosa legato alla vecchiaia o al sesso, e nemmeno al peso o all’alimentazione. A un certo punto Bracco, con il suo modo di fare rude e la sua voce monotono ha iniziato a interrogarci. Fortunatamente non ha preso di mira me, che non avrei saputo cosa rispondere, ha interrogato il biondino accanto. E niente, il biondino ha capito subito che il tema della sfida era l’appendicite. A pensarci bene, i corpi erano tutti abbastanza caldi e si contorcevano dal dolore, non era poi così complicato, lo ammetto. Tutti quanti i miei colleghi hanno tirato un sospiro di sollievo. Io no, ho iniziato a sudare freddo. Il problema è che tra tutte gli interventi chirurgici che potevano capitare, l’appendicectomia, era tra quelli che non sapevo proprio fare. A grandi linee so di che si tratta, ma bisogna stare attenti a non sbagliare il punto di incisione, la sequenza di esecuzione, il tipo di punti da usare per ricucire l’intestino… perciò mi sono bloccata.

Poi Bestianich ha urlato: “Avete quindici minuti da ora!” e mi è preso quasi un colpo. Quando mi sono decisa a prendere in mano il bisturi, il biondino accanto a me aveva già il sangue fin su i gomiti del camice. Avrei voluto copiare, ma non è facile con le telecamere puntate in faccia e i giudici a gironzolare tra i banconi. L’unica cosa che ho capito è che molti usavano la tecnica della laparoscopia, ma io non la so fare, sono della vecchia scuola. Mi sono avvicinata al ventre dell’uomo corpulento steso sul mio bancone con la stessa sicurezza di un cieco che attraversa la strada. L’ho fatto lentamente, prendendo la mira con la lama del bisturi verso un punto imprecisato della pancia, mentre con la coda dell’occhio vedevo il biondino armeggiare con sicurezza nell’addome della ragazza. Vedevo schizzare il sangue di quella giovane donna dappertutto come in un mattatoio. È dal primo giorno che si vanta di poter fare ogni genere di operazione ad occhi chiusi. Quanto odio quel tizio… Per carità, è bravo, nessuno dice il contrario, ma pecca di umiltà e, detto fra noi, spero proprio che non passi in finale. Che poi è solo questione di fortuna, di questo sono sicura, a lui forse sarà capitato un sacco di volte di fare un’appendicectomia a casa, a me purtroppo no.

“Dieci minuti!” Ha urlato Sbarbieri, e io dovevo ancora fare la prima incisione. Ho fatto un grosso respiro, e mi sono decisa a poggiare la lama sulla pelle. A quel punto, quel pover’uomo imbavagliato sotto di me, mi fa un gesto con la testa. Non capivo cosa volesse dirmi, dopotutto è normale dimenarsi un po’ sotto i ferri, ho cercato di non farmi distrarre, ma lui insisteva fissandomi negli occhi e mugolando. Poi ho capito che con quel gesto voleva aiutarmi. Stava cercando di dirmi di incidere più in alto, ne ero sicura. Allora ho cercato di seguire le sue indicazioni: più a destra, un po’ più giù, poi più a sinistra… alla fine ho trovato il punto esatto e ho affondato il bisturi. Solo dopo ho scoperto che il tizio era un infermiere, e che ne aveva visti parecchi di interventi del genere. Gli ho fatto un po’ di anestesia locale e abbiamo continuato insieme. Lui faceva i cenni con il capo e io cercavo di interpretarli nel modo corretto. È svenuto solo tre volte ma avevo i sali per rianimarlo. Quando stavo ricucendo il mio nuovo amico, il biondino accanto a me si era già tolto i guanti, aveva poggiato gli strumenti sul bancone e mi stava guardando con aria di superiorità. Io odio i secchioni, li ho sempre odiati.

“Tempo scaduto!” hanno gridato i giudici all’unisono, e a quel punto ho lasciato cadere gli attrezzi per terra, stremata. Ci ho messo un po’ più degli altri ma alla fine ce l’ho fatta, senza neanche sporcare più di tanto.

Hanno tirato le cuoia tre poveri cristi durante la sfida e altri due, invece, hanno subito un’operazione completamente inutile. Uno dei miei colleghi, per sbaglio, ha asportato un rene, un’altra partecipante invece, ha fatto una specie di bypass intestinale. Vabbè, capita.

Quando Bracco ha iniziato a rovesciare le barelle a destra e sinistra, io, stranamente, mi sentivo sicura. Ero certa di aver fatto un lavoro accettabile. Il biondino invece, mi stava facendo innervosire molto più dei giudici. Lo hanno chiamato prima di me, e continuava a guardarmi con superiorità mentre spingeva la barella della ragazza, ancora sotto l’effetto dell’anestesia, verso il pulpito. Io continuavo a ignorarlo. Devo ammettere che da quel momento ho goduto come una pazza. Bracco è rimasto a fissare la ferita con un’espressione disgustata, lo ha guardato dritto negli occhi, impassibile, ed è ritornato sul palco senza dire nulla. Sbarbieri invece, non ha perso tempo, ha iniziato subito a dirgli: “E questa ti sembra una sutura? Non si può guardare. La presentazione è importante quanto la buona riuscita di un’operazione.” Bestianich si è limitato a rovesciare la barella nel cesto degli scarti. Povera ragazza.

Subito dopo è toccato a me, anche se mi era bastato vedere il biondino andarsene con la coda tra le gambe per sentirmi soddisfatta. A esaminare il corpo del mio paziente ci hanno messo un sacco di tempo, e stavo quasi per preoccuparmi, poi Bracco ha detto: “È così che si fa una sutura, brava.” A quel punto mi sono sentita scivolare di dosso tutta la tensione della giornata. Sbarbieri invece, con il suo sguardo impassibile e il suo forte accento emiliano ha iniziato cercare il pelo nell’uovo: “Hai utilizzato la vecchia tecnica aperta, io avrei fatto un semplice laparotomia…” Peccato che non la so fare. “… ma devo dire che il taglio è perfetto e la cucitura è da manuale!”.  Ho tirato un sospiro di sollievo. Lo ammetto, in parte è stata questione di fortuna, i giudici non si sono nemmeno accorti del paio di pinze che ho lasciato nella pancia di quel tizio.

“Puoi tenere il camice. La tua avventura a Mastersurgery continua!” Quando Bestianich ha pronunciato queste parole, non sono riuscita a trattenermi, ho fatto un salto di gioia e ho dato un bacio sulla fronte del mio paziente corpulento, che nel frattempo era svenuto di nuovo.

Devo dire che sono molto fiera di me, non me lo aspettavo di arrivare fino a questo punto ed è tutto merito delle mie meravigliose suture. Ci credo, faccio la sarta.

Fine

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