L’isola del Centro Commerciale – racconto

l'isola

Questa è la triste storia di un eroe.

Quando arrivai alla panchina c’erano già tre uomini seduti e mi fissavano come se avessero visto arrivare l’ennesimo condannato al patibolo. In mano avevo una busta della spesa del supermercato con dentro la cena di quella sera e le crocchette per il gatto.

<Negozio di biancheria intima?> Mi disse l’uomo più grosso, seduto al centro della panchina. Io annuii.

<La mia è in erboristeria.> Continuò senza sollevare lo sguardo dal giornale.

<La mia è in profumeria.> Disse il tizio magro vicino alla fontanella, era giovane ed era chiaro che non capiva a pieno cosa stava succedendo, forse si era sposato da poco oppure era soltanto fidanzato. L’ultimo, un uomo anziano dall’aria trasandata si avvicinò a me e iniziò a sbirciare dentro la mia borsa della spesa senza farsi troppi scrupoli.

<Ce l’hai qualcosa da mangiare? È tanto che aspetto.> Disse ficcando le mani dentro la busta.

<Da quanto sei qui, vecchio?>

<Non lo so, mia moglie è entrata nel negozio di scarpe, mi ha detto di aspettare. Non ricordo molto altro. Era sabato, di questo ne sono sicuro.>

<Scarpe… brutta situazione.> Commentò l’uomo con il giornale. Ed era vero, quelli di scarpe sono i negozi peggiori. Una donna potrebbe passarci delle intere settimane senza segni di cedimento.

<Di cosa state parlando? Andiamo… non può essere così male. La mia ragazza tornerà tra poco, ha detto che dava solo uno sguardo, che non avrebbe comprato nulla.> Il ragazzo era troppo giovane per sapere, troppo inesperto. Non era nemmeno sposato, questa era l’unica giustificazione al suo insensato ottimismo.

<Ragazzo, perché credi abbiano messo una fontanella vicino a questa panchina? Ho visto uomini diventare scheletri in posti come questo.> L’uomo con il giornale sembrava sapere molte cose, probabilmente era un veterano, magari aveva passato più di un matrimonio. <Lo vedi il vecchio? Era qui prima di me e ha detto che sua moglie è nel negozio di scarpe. Quel negozio ha chiuso da giorni, ora c’è una pelletteria. Borse ragazzo! Borse! Non ce ne andremo da qui facilmente.>

<Non è possibile, c’è la finale di coppa! La mia ragazza lo sapeva quando mi ha chiesto di accompagnarla, sapeva quanto ci tenevo a vedere la partita. Ha detto che ci avrebbe messo un minuto, non può avermi fatto questo.>

Tutti ci guardammo. Era davvero così, la partita sarebbe cominciata a momenti e noi eravamo bloccati in quel limbo. Seduti a turno su quella panchina tra il negozio di occhiali e i bagni pubblici. Nessuno poteva andarsene, nessuno aveva il coraggio di farlo, le conseguenze sarebbero state disastrose.

<Bisogna essere concreti, nessuno vedrà la partita oggi.> Disse l’uomo posando il giornale sulla panca. Mi accorsi che era della settimana prima e non lo stava leggendo davvero. Dopo queste parole seguì un lungo silenzio, in cui si sentiva soltanto il chiacchiericcio delle persone che stavano facendo la spesa e il ronzio ovattato delle scale mobili in lontananza.

Di colpo mi venne un’idea. <Forse una soluzione c’è. È azzardato, ma potrebbe funzionare!> Tirai fuori il mio smartphone dalla tasca e tutti si avvicinarono a me.

<Potremmo utilizzare la rete, magari riuscire a vedere i risultati in tempo reale!> Il vecchietto cercava di farsi strada per vedere bene, capiva a malapena cos’era l’oggetto che tenevo in mano, ma a quel punto qualsiasi cosa sarebbe stata meglio della noia.

<Non cantare vittoria ragazzo.> Mi disse il veterano. Sbirciava lo schermo del mio telefono ma aveva un’espressione di rassegnazione in volto. Come un leone ferito che non può più cacciare. Cercai di non dargli retta, ma poi capii. Quello era l’unico punto in tutto il centro commerciale in cui non c’era campo. Eravamo bloccati in una specie di bolla, invisibili agli occhi dei passanti, e dimenticati dal mondo esterno ad aspettare che le nostre compagne si ricordassero di noi. Ognuno di noi sperava di lasciare quel posto prima di impazzire.

Poi qualcosa ci svegliò dai nostri pensieri. Un urlo, dei fischi, da qualche parte non lontano qualcuno si stava agitando.

<La partita è iniziata.>

<Non è possibile, questo è un incubo, un fottuto incubo.>

<Calmo ragazzo, agitarsi non serve a niente…>

<Non dirmi di calmarmi! Questo è un complotto, non è possibile, siamo bloccati qui, con i viveri appena sufficienti per un giorno ad aspettare la fine. Le comunicazioni non vanno, nessuno ci sta cercando. Forse se lasciassimo tutti insieme questa fottuta panchina e ci dirigessimo al bar vicino al negozio di orologi, potremmo vedere la partita senza conseguenze…> Il pivello stava perdendo le staffe, questo era chiaro. Si sporgeva pericolosamente verso il corridoio principale.

<Non fare il pazzo, ragazzo, è una pazzia.> Il veterano lo tratteneva per il braccio, io cercavo di farlo riprendere schizzandogli in faccia un po’ d’acqua della fontanella e il vecchio, ormai completamente dissociato dal lungo periodo di isolamento si era messo ad orinare in una pianta finta di lavanda. Alla fine il ragazzo si mise seduto sulla panchina. Gli offrii un po’ di prosciutto cotto dalla mia busta e lui lo mangiò arrendendosi alla sconfitta. Le urla da lontano si fecero di colpo più forti, si sentì qualcuno applaudire. Il primo goal era stato fatto e noi eravamo lì, da soli.

<Il ragazzo ha ragione…> Esordì di colpo il veterano. Aveva uno sguardo diverso negli occhi.

<… non è giusto, siamo qui per cosa? Per una pacifica convivenza? Non è sufficiente.>

<Cosa stai dicendo? Lo sai che vuol dire abbandonare l’isola.>

<Lo so, ma qualcuno deve pur farlo. Non ha senso vivere senza speranza. Il ragazzo è giovane, ha tutta la vita davanti, ma io sono al mio terzo matrimonio…> L’uomo si alzò, buttò quel vecchio giornale nel cestino e iniziò a guardare verso le scale mobili come se guardasse l’alba all’orizzonte. <… qualcuno deve farlo, qualcuno deve mandare un messaggio.> Poi fece un passo, e un altro.

<Non farlo…> Dissi, ma con voce smorzata, perché in fondo ammiravo quell’uomo e il suo infinito coraggio. Continuò ad avanzare oltre l’area della panchina senza guardarsi indietro un solo istante. Per un attimo abbiamo pensato che potesse farcela davvero, poi un branco di mogli passò sopra di lui dilaniandolo. Era giorno di saldi.

Non mai saputo il suo nome, ma il suo gesto rimarrà per sempre.

Fine

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