La Missione – racconto – Parte 3

la missione - racconto

27 maggio 1894

Congo

A svegliarmi è stato il rumore del cane di un fucile. Quando ho aperto gli occhi vedevo soltanto il buio in fondo alle canne dell’arma, tutt’intorno era solo luce. Poi l’ho visto, quell’uomo, uno di quelli che ieri stava cospirando in segreto alle mie spalle, era in piedi di fronte al mio letto. Perché non mi aveva sparato, perché se ne stava lì impalato a puntarmi l’arma? La sua bocca continuava a ripetere “Wampa… Wampa” come se stesse delirando. Non riesco a capire, si muove troppo in fretta, si esprime troppo velocemente in quelle strana lingua per poter capire qualcosa. “Wampa” continua a ripetere con maggiore forza, poi mi accorgo che sta indicando l’entrata della tenda. Oltre, l’accampamento è diventato una specie di ospedale da campo. Quelli che sono rimasti, sono malati, quelli che stavano bene se ne sono andati. Mi alzo con movimenti lenti. Non sono affaticato né sento brividi o febbre, ma la mia testa è come rallentata rispetto a tutto il resto. E poi questo caldo… questo maledetto caldo che mi toglie il fiato, non riesco a sopportarlo. “Wampa” continua a ripetermi l’uomo dalla pelle scura e sudata spingendomi il fucile sullo zigomo. Ho capito cosa vuole, crede che sia io la causa di tutto e crede che possa farli stare tutti di nuovo bene. Non posso purtroppo, vorrei tanto avere le facoltà per guarirli, ma non le possiedo. Continua a spingermi con il fucile e io non posso fare altro che indietreggiare cadendo dalla branda e arrancando come un animale in trappola. Disarmarlo non mi è possibile, i suoi movimenti sono troppo veloci, è come se fossi intorpidito, come se la mia mente e il mio corpo andassero ad una marcia diversa dal mondo intorno a me. Indietreggiando sbatto con la schiena sul tavolo, non posso andare oltre, spingo la testa sul piano in legno per rifuggire dall’arma, poi qualcosa cade a terra. La pietra, quella grossa pietra verde portata da Gotobi, cade dallo scrittoio spaccandosi in due. All’interno quel verde è più acceso, quasi lucente. In quel momento, l’uomo si allontana, stacca il fucile dal mio viso e si piega cercando di chiudere la testa tra le spalle come se lo avesse investito un suono tanto potente da far male. Poi un rivolo di sangue esce da uno dei suoi orecchi. Che sia la pietra la causa di tutto questo? Che sia la pietra ad aver infettato il villaggio con una specie di veleno che aleggia nell’aria? Possibile. E allora perché io non ho più sintomi? Proprio in quel momento un’ombra nera, veloce come un fulmine travolge l’uomo spingendolo a terra. Sento appena il rumore del tonfo ma non riesco a capire bene cosa sta succedendo, è tutto troppo veloce. In quel tumulto nell’ombra scorgo il viso di Gotobi. Sembra sofferente e ansimante e riesco a capire solo alcune sue parole. Troppo poche, troppo veloci. Continua a lottare con quell’uomo in un turbinio di ombre confuse. Poi un colpo, accompagnato da un flash che illumina per un istante la tenda. Subito dopo scorgo di nuovo il viso di Gotobi. “Scappa” mi dice scandendo le parole con lentezza. In pochi istanti vedo il suo viso spegnersi. Mi trovo costretto a correre verso il battello, non ho altra scelta, se resto so che verrò ucciso dai miei stessi uomini e se non da loro, di sicuro sarà quel metallo a portarmi verso la morte, devo prendere il battello e andarmene il più lontano possibile. Quando scrivo queste parole è di nuovo notte fonda. Il giorno è passato in un lampo. Non riesco a capire cosa stia succedendo.

 

19 luglio 2010

Gli uomini dell’esercito non si sono fermati nemmeno un secondo per tutta la notte. Al nostro risveglio la tenda era già stata sostituita da una struttura a cupola in carbonio grande come un campo da tennis. L’attrezzatura di questa squadra non ha niente a che vedere con i poveri mezzi della nostra università: computer, scanner, spettrometri, tutto d’avanguardia… E noi invece siamo stati tagliati fuori. La tenda in cui ci hanno parcheggiati è più grande di quella in cui dormivamo fino a ieri, ha una piccola cucina e scorte per almeno un mese. C’è anche un forno a microonde, un televisore che trasmette solo alcune reti cilene e abbiamo anche un biliardino, ben più di quello che avevamo prima, il problema è che non possiamo né uscire da questo posto né comunicare con l’esterno, nemmeno con l’università. Siamo in trappola e non abbiamo fatto niente di male. La portata della scoperta è senza precedenti, quell’uomo riscrive da zero il concetto di vita biologica, su questo siamo tutti d’accordo ma non riusciamo a capire questo spiegamento di forze, soprattutto non riusciamo a capire il motivo della mobilitazione dell’esercito. Cos’à quell’uomo di tanto speciale? Perché vogliono mantenere il segreto? Nessuno di noi osa dare delle risposte, non apertamente almeno. Solo Hans, che di solito è il più taciturno ha detto la sua: “Aliens… lo Avevo detto.” Ha pronunciato poco prima di addormentarsi incrociando le braccia dietro la testa. Non ce la siamo sentita di smentirlo. Il resto della giornata l’abbiamo passata a bere the e giocare a biliardino. Solo alle nove di sera uno dei soldati è entrato nella nostra tenda. Un uomo di colore alto almeno quaranta centimetri più di me ha fatto il mio nome appena oltrepassata la soglia, niente altro, solo il mio nome. Gli altri mi hanno guardato come se fossi stato chiamato dal boia. L’ho seguito, con riluttanza, ma l’ho seguito. Il soldato, armato di fucile mi ha scortato lungo il tragitto fino alla struttura a cupola tenendomi ben stretto per il braccio sinistro, come se avessi la minima possibilità di scappare via da questo posto isolato tra i ghiacci. Altri soldati hanno aperto le porte di fronte a me e mi hanno condotto verso una serie di corridoi separati da porte a tenuta stagna, per un attimo mi sono sentito davvero in un’astronave aliena. Poi mi hanno fatto fermare di fronte a una porta bianca, a dire la verità mi hanno bloccato e girato come se fossi una marionetta. Questa volta ho dovuto girare io la maniglia della porta, sono entrato e dentro c’erano una decina di persone in camice bianco di fronte ad uno schermo. Tra quelle persone, il professor White stava discutendo con la naturalezza di chi si trova a prendere una birra con degli amici. “Eccolo, il nostro geologo” ha esordito sorridendo appena mi ha visto, la cosa più strana dopo l’uomo ghiacciolo. “Vieni con me, devi sapere quello che sta succedendo.”

 

Data non precisata

Luogo non precisato

Non riesco più a star dietro allo scandire del tempo. Non è più nelle mie facoltà. Vedo susseguirsi i giorni e le notti troppo velocemente per riuscire a tenerne il conto. Sono su questo battello da settimane, questo è sicuro e il mio istinto mi sta spingendo a sud. Non so perché, ma è come se una forza mi stesse trascinando in quella direzione. Forse è colpa del caldo. Da quel giorno, il mio corpo lo teme, sento la luce del sole bruciarmi la pelle. A volte mi sento come se stessi bruciando e il fiato mi si ferma in gola come se stessi in un forno. Nemmeno l’ombra della notte mi calma, il caldo ormai è il mio nemico più grande. Un’altra cosa che non riesco a capire è come mai non riesco a vedere né animali né i uomini, vedo ombre sfuggenti sulle sponde del fiume ma scompaiono troppo in fretta per poterli osservare distintamente. Ho scelto di non scendere da questo battello finché non avrò raggiunto un posto che mi dia pace, ho paura di incontrare altre persone e di non poter interagire con loro, ho paura del caldo delle città dell’africa e del caos, so che il mio stato sta peggiorando, che sono io ad avere qualcosa che non va e non il mondo che mi circonda ad essere ambiato e ho paura di questo. Una volta arrivato all’oceano continuerò ad andare a sud fino a che il clima non sarà sopportabile. Ho scorte di cibo per un esercito intero, ho reti da pesca e carburante e il mio corpo non ha bisogno di molto altro ora. Forse sono stato maledetto davvero, forse quelle pietre sono davvero possedute da uno spirito malvagio. Poco importa, ora devo solo cercare di sopravvivere. L’istinto primario al di sopra di ogni cosa. Vivere e vivere ancora. E per farlo devo andare a sud.

 

20 luglio 2010

Antartide

Le parole del professor White mi hanno tenuto sveglio tutta la notte. “L’unica speranza che abbiamo… l’unica speranza” rimbalzano nella mia testa come un eco. Ora è tutto chiaro e presto lo sarà anche per i miei compagni. La patata bollente adesso è nelle mie mani, il mio compito è quello di spiegare la cosa ai miei compagni ma non sarà facile. Il fatto che siamo tutti scienziati renderà tutto più veloce da comprendere ma la parte razionale del nostro cervello non può fare a meno di scontrarsi con le emozioni, e quelle nessuno sa come tenerle a bada. A pensarci bene però non sono informazioni del tutto nuove. Da scienziato so che in questa era geologica, il clima è cambiato in maniera irrecuperabile, so che l’inquinamento è irreversibile e le risorse sulla terra sono limitate, ma ho sempre creduto in una scappatoia, in un’inversione di tendenza o perlomeno in più tempo, quello sì. Credevo che avessimo più tempo. Mi aspettavo che l’umanità avesse la possibilità di sistemare le cose, e invece no, abbiamo i minuti contati. Forse minuti no, ma anni sì. Secondo il professore e, a quanto pare la maggior parte dei climatologi più affermati del pianeta, la nostra è l’ultima generazione. 25 anni. La vita sulla terra si spegnerà nei prossimi 25 anni, mese più mese meno. Ovviamente i primi ad andarsene saranno gli anfibi, poi sarà il momento dei mammiferi, subito dopo gli uccelli e gli insetti. La vegetazione terrestre sparirà del tutto in poco tempo e per ultima, la vita nelle profondità del mare cesserà di esistere. La terra entro qualche decade apparirà dallo spazio come enorme roccia bagnata. Non si può scappare. La nostra missione in questo posto desolato era solo un placebo, un modo per dare senso alle nostre inutili e fragili vite. Fortunato è chi troverà conforto nella religione, fortunati saranno gli uomini che moriranno senza sapere la verità, ma noi siamo destinati a conviverci. Il Professor White, studioso di fama mondiale, ne è a conoscenza da anni insieme ai suoi stretti colleghi, una manciata tra i più grandi geni del globo. Mi chiedo come facciano a convivere con questa realtà, molti impazzirebbero, si ammazzerebbero a vicenda prima del tempo, per questo, a noi della spedizione ci è stato chiesto di mantenere il segreto. Non c’è nulla da fare, succederà comunque, che la gente lo sappia oppure no, che la gente lo voglia oppure no, ma a volte è meglio vivere nella speranza fino alla fine. Alla nostra spedizione, per colpa del caso, questo lusso purtroppo non è concesso, e quell’uomo ghiacciolo che abbiamo trovato, forse è la scoperta più sensazionale che potessimo fare. Non sappiamo quali siano le cause del suo stato, non sappiamo come ricreare le condizioni che lo hanno portato a vivere questo incubo temporale e non sappiamo nemmeno come invertire il processo, ma in lui c’è la chiave della vita. In lui c’è l’unica possibilità, forse una su un milione, di salvare in qualche modo, non le nostre vite, ma il nostro retaggio.

 

Data imprecisata

Luogo imprecisato

Dopo aver viaggiato innumerevoli giorni, forse anni, alla deriva nell’oceano sono sbarcato in una terra ricoperta dal ghiaccio. Non riesco più a percepire il giorno e la notte, non riesco ad avere cognizione del tempo che passa, mi accorgo però che sto rallentando ogni giorno di più. La mia mente da scienziato cerca risposte che non credo riuscirò mai a dare. L’unica mia consolazione e di aver trovato un luogo in cui il caldo non mi affligge. Nonostante sia tutto coperto da una coltre di ghiaccio e neve spessa anche diversi metri e nonostante i miei abiti siano ormai logori, io qui mi trovo bene. Sarò solo per sempre ma forse un giorno troverò la pace in questi luoghi desolati. Tempo fa credevo che la mia vita avesse uno scopo, che quel viaggio nella giungla africana avrebbe portato a scoperte sensazionali e che il mio nome fosse un giorno ricordato come quello dei più grandi pionieri dell’esplorazione, invece la mia esistenza è destinata a spegnersi nella solitudine. Ora non posso far altro che vivere del mio solo istinto di sopravvivenza, tutto ciò che mi rimane, mi spingerò ancora più a sud, in questo continente deserto, mi nutrirò di ciò che trovo e costruirò la mia casa con i resti della mia imbarcazione. Il mio diario, donato da mio padre prima che partissi da casa, rimarrà con me ma non vi scriverò più alcuna frase, le pagine ormai sono ricoperte di cristalli di ghiaccio e tendono a sbriciolarsi come vetro. Queste sono le ultime righe che scrivo. Spero di poter un giorno scambiare anche un solo sguardo con un essere umano, anche solo per un istante.

 

12 agosto 2010

Antartide

Il giorno è giunto. Siamo testimoni del più grande azzardo che la scienza abbia mai tentato, ma in fondo che cosa abbiamo da perdere? Un dispendio esagerato di denaro? Uno spreco di mezzi che potrebbero essere destinati in altro modo? E in che modo? Data la situazione, cosa è importante ora? Io, nel mio modesto parere da giovane geologo ricercatore credo che tutto questo sia la massima espressione dell’intelletto e la più grande manifestazione di rispetto per la vita come noi la conosciamo. Un’arca. In quello spazio una volta occupato da un piccolo agglomerato di tende di cui io stesso ho piantato alcuni picchetti, poi sostituite da una struttura a cupola in carbonio, ora c’è una nave. Forse non bella come quella dei film di fantascienza ma pur sempre la più grande nave da esplorazione spaziale che io e chiunque altro abbia mai visto. Non a caso il nome scritto sulla fiancata è NOE. Questa nave è fatta per andare alla deriva in quello spazio profondo per decine, forse centinaia di anni senza una direzione precisa, e al suo interno non ci sarà un gruppo di fortunati esploratori in cerca di un pianeta da popolare, ci saranno invece solo i semi della vita che a breve scomparirà dal nostro pianeta. In pratica questa nave è un enorme congelatore. Di nuovo il professor White ci ha raccontato di aver contribuito alla sua progettazione, seppur solo in minima parte. Un progetto durato decenni e portato avanti in segreto dalle più grandi nazioni del mondo, sono stati stanziati miliardi di dollari, vi hanno collaborato i più grandi ingegneri del pianeta e al suo interno c’è tutta la tecnologia che l’uomo è riuscito ad elaborare fino a questo momento, ma il progetto è rimasto incompiuto. Il problema principale è che una nave deve avere un pilota. A poco servono i super computer, a poco serve la tecnologia più avanzata se non c’è una mente a tappare i buchi dell’imprevedibile.

 

Data imprecisata

Luogo imprecisato

Ho visto delle ombre passare di fronte ai miei occhi più e più volte come fantasmi inquieti e dopo pochi istanti ho visto il cielo sopra di me coprirsi. Una specie di tenda è comparsa sulla mia testa prima che me ne potessi rendere conto, poi ho visto lo sguardo di un ragazzo di fronte al mio viso. È durato poco ma sono riuscito a vedere i suoi occhi azzurri, pieni della fame di conoscenza che un tempo avevo anche io. È il primo sguardo che ho incrociato da tanto tempo, il mio cuore ha avuto un sobbalzo, ma quegli occhi si sono dissolti in un battito di ciglia. Ho pensato a una trappola ma nonostante le ombre mi siano passate accanto più e più volte, non ho provato dolore o costrizione, né il calore affliggermi di nuovo. Poi il buio si è fatto di nuovo luce ma ero comunque all’interno di un luogo non ben definito. Altre ombre mi ronzavano intorno come spettri nella nebbia, ho percepito dei flash di luce potente, un ronzio, e poi il luogo in cui mi trovavo è cambiato di nuovo, in un attimo. Ora sono qui, in una stanza bianca che sembra fatta di ferro e vetro, di fronte a me c’è un bottone rosso che sembra un piccolo pomello di una porta. Accanto a quel bottone, poggiato su una sporgenza levigata, vedo comparire come in un sogno il mio vecchio diario con la copertina rilegata in pelle. Che Dio esista davvero? Che sia questa la sua dimora? Non ho mai visto luoghi simili nemmeno descritti nei libri. No, nessun Dio, quello sguardo visto poco fa era di un uomo come me, con le sue insicurezze e le sue sofferenze, ho letto dentro quello sguardo un’anima simile alla mia, questa è opera degli uomini ne sono certo. Prendo in mano il mio vecchio diario e mi accorgo di un foglio che sporge. La carta è simile ma più bianca e più spessa di quella delle altre pagine.

 

21 agosto 2010

Antartide

La temperatura di un corpo è la misura dello stato di agitazione delle molecole di cui è composto e questo stato di agitazione è dato dalla quantità di energia che riceve sotto forma di calore, non so come spiegarlo in maniera più semplice. Le nostre conoscenze sono limitate, non sappiamo il motivo, non ne sappiamo la causa e nemmeno la natura, ma siamo certi che quest’uomo viva in uno stato temporale diverso e le sue molecole si muovano in maniera più lenta rispetto al resto dell’universo. Probabilmente è per questo che si trova qui in Antartide, un uomo in queste condizioni brucerebbe ad una temperatura maggiore in quanto verrebbe trasferita al suo corpo una quantità di energia superiore a quella che possa contenere. Questo lo rende speciale. Un uomo che può vivere per centinaia di anni ad una temperatura vicino allo zero assoluto, è la scoperta che può salvare la vita. Non la nostra, ma il concetto generale di vita. Quest’uomo, è il nostro Noè, è la chiave di tutto. Una creatura unica nel suo genere forse nell’intero universo, un uomo come noi, con la mente da scienziato e l’anima dello scopritore, il deus ex machina che infonde nell’umanità una reale speranza. Il fatto che siamo scienziati però ci rende obbligati a seguire una certa etica anche se questo vuol dire rischiare di mandare tutto a puttane. Non possiamo spedirlo nello spazio profondo senza che sia lui stesso a decidere di farlo. Ma come interagire con lui in modo che possa capire la situazione, come possiamo convincerlo senza avere il “tempo” di farlo? Il suo tempo è centinaia di volte più dilatato del nostro, come trovare il modo per relazionarsi con lui senza che sia preso dal panico o che sia preda di dubbi. Come sviluppare una forma di empatia con un uomo con cui non si può interagire in modo diretto? Mentre scrivo queste righe mi accorgo di avere la risposta tra le mani. Mi fiondo dal Professor White con il mio diario in mano, così simile a quello trovato nella capanna, ne strappo una pagina e la porgo al professore.

 

Data imprecisata

Luogo imprecisato

Quella pagina che spunta dal mio diario non è scritta da me. La grafia è diversa, quasi schematica, ma ben leggibile. Scorro le poche righe con concitazione, con ritrovata curiosità, come se fossi ritornato di nuovo tra la giungla.

“Ciao, sono uno scienziato come te, un esploratore, sono passati molti anni ma so che non ne hai la percezione che ne abbiamo noi. Nonostante la scienza in questi anni abbia fatto passi enormi, non riusciamo a capire cosa ti affligge ma possiamo fare una cosa per te, possiamo darti una missione. Il mondo sta morendo e solo tu puoi accompagnare la vita che lo ospita in un viaggio senza una meta precisa nella speranza che possa rifiorire. Abbiamo bisogno di te, se accetterai di percorrere questa strada spingi il pulsante rosso accanto a questo diario.”

Ed eccolo, di fronte ai miei occhi, quel bottone. Vedo il mio viso riflettere sulla superficie rossa e lucida, lo vedo cambiato e consumato dal tempo ma ancora pieno di vita e di paura. Paura dell’ignoto, di quello che c’è al di fuori di questo mondo che è la mia casa. La possibilità di un viaggio, un altro viaggio in un altro mondo al di là di tutto ciò che conosco mi terrorizza. Non sono sicuro di poter affrontare di nuovo una cosa del genere, non dopo quello che mi è successo, non dopo le disavventure della mia missione di tanti anni fa, ma in fondo non ho niente da perdere.

 

1 settembre 2010

Antartide

Un boato ci ha fatto sobbalzare dalle nostre brande. Tutto ha iniziato a tremare tanto forte da far cadere ogni cosa a terra. Persino parte della nostra tenda è crollata e per poco Hans non è finito sotto uno dei pali di acciaio. Siamo usciti e l’abbiamo vista. La nave era già a centinaia di metri nel cielo. Sembra piccola ora che ha raggiunto le nuvole ma è grande nella sua sterminata importanza.

 

Fine

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