La Missione – racconto – Parte 2

la missione - racconto

24 maggio 1894

Congo

Gotobi è partito all’alba con il suo gruppo di cinque uomini. Dice che le persone di cui potersi fidare in una situazione pericolosa non possono essere più delle dita di una mano, forse ha ragione e sono sicuro che queste parole siano una specie di avvertimento rivolto a me, ne prendo atto ma non credo che cambierò il modo di rivolgermi ai miei compagni. Mentre lui si sta districando sicuramente meglio di me tra liane e gorilla, io all’accampamento ho iniziato a pianificare la prossima spedizione. La prima cosa di cui mi sono occupato è cercare di riportare sulla mappa la posizione del giacimento, cosa non facile vista la complessità della foresta ma non impossibile. Dal campo riesco a vedere gli scogli di roccia che spuntano tra gli alberi e grazie al teodolite di mio padre posso calcolare le distanze in modo abbastanza preciso. Gli uomini sono affascinati dallo strumento e cercano di avvicinarsi, spesso allungando dei bastoni verso il cavalletto, credo siano convinti che sia una specie di arma. Ho cercato di spiegare loro a cosa serve ma ho riscontrato parecchie difficoltà. Le loro nozioni geometriche sono molto limitate e il loro linguaggio non ha nulla in comune con il nostro. Gotobi è ritornato dalla spedizione poco prima del tramonto. Gli uomini erano stremati e appena arrivati alcuni di loro sono crollati a terra. Gotobi è un capo ben meno clemente di me, questo è certo. Appena entrato nella mia tenda ha estratto dalla sua borsa un pesante pezzo di metallo verdognolo che ha posto sulla mia scrivania con grande soddisfazione. Questa è forse la chiave per la ricchezza di questo posto. Nei miei libri ho trovato la corrispondenza tra i metalli conosciuti ma questo tipo di materiale non è mai stato utilizzato se non per fini decorativi data la scarsa presenza in natura. Se la montagna ne è piena di sicuro si troverà il modo per poterlo utilizzare al livello industriale. Forse non ha alcuna correlazione ma ho rilevato una cosa strana quando ho sfiorato la roccia, le otturazioni in piombo sui miei molari hanno schioccato come se avessi messo in bocca della polvere da sparo. Non sono riuscito a capire se fosse soltanto una sensazione perché nello stesso momento Gotobi è dovuto uscire dalla tenda per colpa di un colpo di vertigini e sono corso a soccorrerlo. È stata una dura giornata, ha una scorza dura ma la giungla mette a dura prova anche l’uomo più coriaceo. Domani partirò di nuovo di persona per esplorare meglio il giacimento.

 

16 luglio 2010

Antartide

Abbiamo messo in piedi la tenda principale attorno l’uomo congelato, quella adibita a laboratorio. Non osiamo abbassare la temperatura del corpo per non ridurlo in poltiglia ma lo proteggiamo dalle intemperie. È senza dubbio affascinante poterlo guardare con attenzione senza che i fiocchi di neve si attacchino alla visiera. Ieri, il professor White ha comunicato tutto all’università, è lei che sovvenziona la spedizione, e a quanto pare il consiglio ha scelto di dare priorità per ora a questa strana scoperta. Spesso ci troviamo a fissarlo per dei minuti, il suo sguardo freddo sembra scrutare l’orizzonte e se ti fermi di fronte a lui sembra guardarti negli occhi. È straordinario il suo stato di conservazione, ma ancora più strana è la posizione in cui è bloccato. Per quanto la nostra fantasia possa viaggiare lontano non riusciamo a capirne il senso. È come se si fosse immediatamente congelato durante una passeggiata. Qualunque cosa sia successa possiamo solo azzardare che sia avvenuta durante una battuta di caccia, in mano ha una foca. Non è molto ma è qualcosa. A prima vista e nella tempesta mi è sembrato un sacco nero ma ora che possiamo osservarlo con attenzione è senza dubbio un cucciolo di foca di Weddel. Cosa di poco conto a dir la verità ma va documentata. Che diavolo ci fa quest’uomo in questo posto? Che relazione ha con la baracca trovata in quell’avvallamento? Questo corpo ha davvero più di cento anni? Ci sono troppe domande. Per ora ci limitiamo a scansionarlo e mandare i risultati via satellite all’università. Una cosa ho notato, Hans fissa il corpo con uno sguardo quasi impaurito. Strano vedere un uomo come lui intimorito da qualcosa. Dice di vederlo muoversi, dice che non è nella posizione in cui lo abbiamo trovato ieri. Me lo avevano detto che il freddo fa brutti scherzi alla mente degli uomini.

 

25 maggio 1894

Congo

Gli uomini si stanno ammalando. So bene che non è colpa dello spirito della montagna ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di strano che aleggia su di noi. Il primo a sentirsi male è stato Gotobi ieri sera, all’inizio credevo fosse per colpa della stanchezza o del caldo, poi nella notte è stato colpito dalla febbre, stamattina quasi tutti i componenti della seconda spedizione hanno accusato nausea e vomito, alcuni hanno degli strani brividi, come degli spasmi che li attraversano per tutto il corpo, un piccolo gruppo, i cacciatori armati di fucile, quelli rimasti fuori dalla cava non hanno alcun sintomo. Mi rifiuto di prendere in considerazione le dicerie del villaggio, sono un uomo di scienza e il mio scopo è di trovare la causa di questi malori e debellarla, ma i miei uomini non fanno lo stesso. Alcuni stanno pregando le loro divinità, inginocchiati a terra pronunciano le loro incomprensibili e inutili nenie a voce alta facendo sprofondare nel panico tutto l’accampamento. Altri sono scappati a valle percorrendo il fiume con le scialuppe rubate al battello. La cosa più probabile è che si siano presi una qualche forma di influenza, forse passata dai gorilla, quello che non mi spiego è perché noi della prima spedizione non siamo stati contagiati. Per ora gli scavi sono rimandati. Quelli che stanno bene, me compreso danno una mano a chi sta male fornendo cibo e acqua. I più gravi li abbiamo sistemati in una tenda comune a pochi passi dalle tende del resto del gruppo, mi è sembrata la scelta migliore per evitare possibili contagi ma so bene che servirà a poco. In tarda sera ho alzato gli occhi verso il il tramonto, ho visto un uomo anziano con in mano un bastone intagliato affacciarsi dalla collina che separa in nostro accampamento dal villaggio. Non ho visto il suo viso ma ho percepito che stesse guardando verso di me. Non ha fatto nient’altro, è stato immobile per qualche minuto poi è scomparso dietro la collina, è in quel momento che ho avuto i primi sintomi. All’inizio era solo un brivido poi ho iniziato a vomitare ogni sorta di cibo tentavo di mettere nello stomaco. Ora sono costretto a letto, tremante osservo quella roccia sopra il tavolo della mia tenda dove l’ho lasciata la notte scorsa, sembra brillare alla luce della luna, a mal la pena riesco a scrivere queste parole.

 

17 luglio

Antartide

Mi sono alzato molto presto stamattina grazie alla mia vescica debole, peculiarità che mi ha fatto prendere in giro da tutta la classe per i lunghissimi cinque anni di superiori. Ne ho approfittato per farmi un caffè e per andare a sbirciare la tenda dell’uomo ghiacciolo. lo chiamiamo così… a dire la verità lo chiamo solo io in questo modo, a quanto pare sono l’unico ad aver il senso dell’umorismo in tutto il continente antartico. Appena entrato mi sono accorto di non essere il più mattiniero della spedizione, ho trovato Hans in pigiama di spalle appena ho aperto la lampo della tenda. Aveva la tazza del caffè in mano e fissava quell’uomo ghiacciato con il suo solito sguardo burbero e vagamente minaccioso. Mi sono permesso di dargli una pacca sulla spalla e chiedergli come stesse il nostro nuovo amichetto. Lui non mi ha risposto, non mi ha nemmeno guardato in faccia, si è limitato a indicare l’uomo ghiacciolo porgendo in avanti la tazza fumante. In quel momento l’ho visto. Per un attimo ho creduto di stare ancora dormendo, mi sono strizzato gli occhi e dato uno schiaffo su una guancia. Era intorpidita dal freddo ma l’ho comunque sentito. Ero sveglio… e l’uomo ghiacciolo aveva cambiato posizione. La sera prima aveva i piedi l’uno di fronte all’altro, le braccia alternate rispetto alle gambe e lo sguardo ad altezza d’uomo leggermente ruotato verso destra. Lo so bene, ho eseguito io stesso le scansioni 3D per inviarle all’università. Questa mattina invece aveva entrambe le gambe piantate a terra parallelamente al busto, leggermente divaricate, le braccia lungo i fianchi e lo sguardo al cielo. Da scienziato so bene cosa è possibile e cosa no, e so anche che la spiegazione più semplice è quella più probabile… il famoso rasoio di Hockam. «Qualcuno ha spostato il corpo!» Credo di aver urlato, preso per un attimo dal panico. «Nien» ha risposto Hans a voce bassa. Conosce bene la nostra lingua, ne sono sicuro, ma credo si rifiuti di parlarla solo per una questione di voglia. Poi ha preso la stecchetta di plastica dalla tazza di caffè e me l’ha spezzata di fronte agli occhi. Credevo fosse un messaggio intimidatorio, poi ho capito. Ha ragione, se qualcuno avesse spostato il corpo, di sicuro si sarebbe frantumato come una statua di cristallo. Faccio a meno di descrivere il fermento dell’accampamento che ne è seguito. Abbiamo eseguito ogni tipo di esame, abbiamo prelevato piccoli campioni, eseguito scansioni a raggi x, raggi gamma, onde elettromagnetiche e quello che abbiamo riscontrato è stato a dir poco scioccante. C’è una piccola e flebile attività elettrica nel cervello, la temperatura è di due gradi superiore a quella del terreno, le cellule sono intatte e i suoi tessuti emettono una leggera radiazione, non abbastanza potente da risultare nociva per noi. A tarda sera siamo giunti a una terribile quanto fantascientifica conclusione: quest’uomo è vivo.

 

26 maggio 1794

Congo

Mi sono svegliato in un bagno di sudore ma sembra che io stia meglio, non so come ma il mio corpo ha reagito all’infezione o qualsiasi altra cosa lo abbia colpito molto più in fretta di quanto mi aspettassi. L’unico sintomo che annoto è una certa insofferenza al caldo e alla luce del sole non correlata a nessun cambiamento metereologico. Non posso dire lo stesso per i miei compagni di viaggio. Sembra che la malattia non si sia diffusa tra glia altri nonostante lo stretto contatto, una buona notizia, ma gli ammalati non stanno migliorando. Gotobi, il mio fidato braccio destro sembra che addirittura stia peggiorando rispetto agli altri ma di sicuro la sua stazza e la sua forza d’animo lo stanno aiutando parecchio. Io stesso mi sono occupato di lui. Nei momenti di lucidità cerca di parlarmi ma non riesco a capire bene cosa sta dicendo, sembra parlare troppo veloce. La cosa mi è di grande sconforto perché lui era l’unico ponte che mi era rimasto per interagire con gli altri componenti della spedizione. Nel frattempo sta succedendo qualcosa nel gruppo. Gli uomini mi guardano in modo strano, sembrano ombre che sfuggono dalla mia vista. Li sento vociferare alle mie spalle. A volte mi ritrovo i loro sguardi puntati ma appena mi giro fuggono via come animali selvatici. Ho sentito pronunciare più volte la parola “Wampa” sottovoce, temo che mi ritengano la causa di tutto questo. Cercando di entrare nelle loro teste forse stanno cercando un capro espiatorio di questo male e vedono in me, l’uomo bianco che è guarito dalla febbre, come l’incarnazione di quello spirito malvagio che tanto temono. In ogni caso il caldo mi attanaglia ma la giornata è trascorsa più velocemente di quanto pensassi, e al tramonto dopo aver accudito al mio meglio il povero Gotobi mi sono finalmente potuto ritirare nella mia tenda. Mi rifiuto però di portare con me delle armi. Devo guadagnare di nuovo la fiducia di questi uomini in attesa che questo male finisca.

 

 

18 Luglio 2010

Antartide

Stamattina l’uomo ghiacciolo ha di nuovo abbassato lo sguardo, l’impressione che dà è quella di un uomo che si guarda intorno spaesato. È incredibile. Ogni componente della squadra ha formulato una sua teoria su quest’uomo ma non è venuto fuori niente di verosimile. Perfino Hans ha pronunciato qualche parola in merito. Ha detto “Aliens” con uno spiccato accento tedesco. Non mi aspettavo che fosse una persona che crede in queste cose. L’unico a non esprimere nessun parere è stato il Professor White il quale si è rifiutato di uscire dalla sua tenda per tutto il giorno. Lo capisco in fondo, i suoi studi sono andati a farsi benedire del tutto e chissà quando l’università pagherà un’altra spedizione per avallare le sue tesi sul cambiamento climatico. Il professore è un uomo che crede molto in quello che fa e a ben ragione. Da scienziato sono ben consapevole che il nostro mondo sta volgendo al termine, forse non oggi e neanche domani ma di sicuro succederà. La maggior parte delle persone fa finta di nulla e porta avanti la propria vita con gli occhi bendati, ma lui no. White ha votato la sua intera esistenza a trovare un modo per dare il suo contributo al mondo. Nei suoi libri non traspare alcuna traccia di autoreferenzialità o egocentrismo, ben comuni tra i suoi colleghi, il suo scopo è quello di salvare il pianeta o perlomeno di porre le basi perché qualcun altro lo faccia. Il suo carisma mi ha spinto qui, il suo carisma ha messo in moto l’intera missione e ora è costretto a farsi da parte per un uomo congelato di cui non si sa praticamente nulla. Comunque ci hanno comunicato che verranno altre squadre di supporto molto presto. Nel frattempo non riusciamo a staccare gli occhi di dosso a questa strana aberrazione scientifica. Per tutta la mattina ho tenuto i miei occhi incollati ai suoi nella speranza che abbia percezione di me e non mi veda come una semplice sfuggente ombra. Non sono nemmeno sicuro che possa vedere ma in fondo non sono sicuro nemmeno del contrario. Mentre ero lì a fissarlo mi è venuta in mente una cosa e ho richiamato l’intera squadra di fronte al computer principale. Con pochi passaggi mi sono connesso alla telecamera di sicurezza che abbiamo installato nella tenda e sono riuscito a concentrare 24 ore di girato in una manciata di secondi. Siamo rimasti davvero a bocca aperta quando lo abbiamo visto muoversi davvero. Un solo movimento della testa e una leggera rotazione del busto ma si è mosso. Era straordinario. Siamo rimasti a vedere in loop quel filmato per quasi un’ora poi abbiamo sentito un forte rombo venire dall’esterno. Dapprima pensavamo che fosse un’altra bufera di neve, poi il rumore si è fatto più forte e siamo usciti di corsa. Una dozzina di elicotteri militari stava atterrando a poche decine di metri dal nostro piccolo campo base, da ogni elicottero sono usciti almeno dieci uomini vestiti con tute tattiche bianche e zaini ben equipaggiati. Proprio mentre quegli uomini stavano venendo verso di noi, il professor White è uscito dalla sua tenda. Portava pochi vestiti addosso, troppo pochi per quel freddo ma un’altra cosa ho notato. In mano aveva il diario, quello dell’uomo congelato, a quanto pare aveva trascorso tutto il giorno a leggere quelle pagine. Ho visto il professore andare incontro a quegli uomini sfidando le sferzate di neve e muovendo i passi come in trance. «Voglio parlare con il vostro capo… ora!» ha detto.

CONTINUA…

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