In Fondo al Pozzo – racconto

pozzoIl signor Harris alle 7:15, stava passeggiando come ogni mattina lungo il marciapiede sfiorando con il piede destro il bordo ma senza inciampare o fare un passo falso oltre lo scalino. Quella strada la conosceva bene. Puntuale come un orologio svizzero percorreva tutti i giorni lo stesso itinerario per ritornare a casa dopo aver comprato il quotidiano dal vecchio Burton all’angolo con Lincoln Street e aver preso il suo caffè nero ben zuccherato alla caffetteria di fronte. Con lo sguardo fisso sul giornale che aveva in mano, seguiva la strada di fianco al campo incolto pieno di erbacce e all’incrocio tra la sesta strada e il viottolo che portava alla fabbrica di calcestruzzi dove aveva lavorato una vita intera. Il giornale parlava di un temporale imminente, “strano” pensò, fermandosi. Si tolse il cappello di lana e guardò in alto. Il cielo era sereno, a parte qualche scia bianca degli aerei, non c’era nemmeno tanto vento, solo una piccola folata che gli scompigliava i capelli bianchi arruffati.

«Aiuto…» Disse una voce, sottile come il vento che gli sfiorava la testa. Il signor Harris si voltò ma non c’era nessuno. A quell’ora non c’era mai nessuno, era troppo presto e il primo turno ai calcestruzzi non sarebbe iniziato prima di un’ora.

«Aiuto!» Di nuovo. Questa volta più forte. Sembrava provenire dal campo incolto di fianco alla strada. Un piccolo fazzoletto di terra dove nessuno metteva mai piede, non era nemmeno recintato. Da anni non una sola persona se ne era mai occupata e l’erba era cresciuta più di mezzo metro.

«Vi prego, aiutatemi!» Disse un’altra volta quella voce. Una voce di una bambina o un bambino molto piccolo, che riecheggiava come all’interno di una chiesa.

Il signor Harris si fece strada tra le sterpaglie e i rifiuti lanciati dalle auto, fino ad inciampare su qualcosa di metallo. Per tentare di reggersi in piedi strappò un paio di ciuffi di erba più lunghi, ma cade comunque a terra, fortunatamente alcuni cespugli di more pieni di spine attutirono la caduta. Un gemito uscì dalla bocca del signor Harris. Appena alzò lo sguardo, dolorante e pieno di graffi, vide quello che sembrava un pozzetto per irrigazione che spuntava arrugginito dal terreno, coperto soltanto da un pezzo di rete di ferro e un sasso.

«C’è qualcuno?» Domandò la vocina dal pozzo, più forte e comprensibile da quella distanza.

Il Signor Harris si alzò in ginocchio raccogliendo il giornale e il cappello ormai pieno di foglie secche e spine.

«Ehi… chi c’è laggiù? Chi c’è in fondo al pozzo?» Domandò cercando di scorgere qualcosa in quel buco nero come la pece.

«Sono caduta, aiutatemi vi prego!» Disse la voce tremante dal pianto. Il vecchio si alzò in piedi di scatto preso dal panico e credendo a mal la pena a quello che stava succedendo. Non si rese nemmeno conto di essersi strappato i pantaloni sul didietro, lasciò il giornale a terra e corse in mezzo alla strada per fermare qualche macchina di passaggio. La città non era piena di vita come un tempo da quando i calcestruzzi aveva dimezzato il personale. Passarono alcuni minuti, il signor Harris fu tentato di correre a casa sua ad avvertire le autorità ma non se la sentiva di lasciare quella povera bambina da sola in quel buco nero. Stremato abbassò le braccia e strinse i pugni. Proprio in quel momento una Cadillac sgangherata color crema si fermò inchiodando alle sue spalle facendo stridere le gomme sull’asfalto. La signora alla guida rimase paralizzata con lo sguardo fisso sul fondoschiena nudo dell’uomo in mezzo alla strada.

«Grazie a Dio! Mi aiuti, c’è una bambina intrappolata in un pozzo!»

La signora con il cappello ornato di fiori di feltro scese portando la mano alla bocca. Le sue mani erano coperte da guanti di pizzo bianco, quei guanti che usavano le signore per guidare parecchi decenni fa.

«Laggiù, signora, l’ho sentita mentre passavo per ritornare a casa. È un miracolo che sia riuscito ad accorgermene. Per fortuna c’è parecchio silenzio a quest’ora»

La donna sembrava scioccata dalla situazione, non provò nemmeno a dire qualcosa. Sgranava gli occhi come se stessero per uscirgli dalle orbite. Era dubbiosa, esitante. L’uomo non aveva l’aria di un malvivente ma quei pantaloni strappati e i capelli scompigliati gli davano un aspetto da pazzo. Scelse di assecondarlo.

«Ce l’ha una torcia per caso?» Continuò l’uomo dimostrando una calma che lui stesso non era consapevole di possedere.

La donna aprì il portabagagli, senza dire nulla, prese una grossa torcia dal manico di plastica nera e la diede all’uomo.

«Piccola mi senti? Sono qui» Disse l’uomo affacciandosi con tutta la testa nel pozzo per vedere meglio. La donna dallo strano cappello era dietro di lui, in silenzio, sporgendosi solo di un centimetro. L’apertura sembrava troppo stretta perché qualcuno potesse caderci dentro.

«Piccola ci sei?» Disse cercando di illuminare il fondo di quel buco nero.

«Aiutatemi vi prego, è freddo, l’acqua è gelata» Disse quella voce sottile che riecheggiava sulle pareti di roccia e mattoni. La donna sobbalzò, a quanto pare era tutto vero. La luce però non riusciva ad illuminare il fondo del pozzo, l’unica cosa che si vedeva era un debole riflesso nell’acqua tremolante ad almeno venti metri di profondità.

«Ascoltami…» Disse il signor Harris spegnendo la torcia. «…adesso io e la signora andiamo a chiamare qualcuno che possa aiutarti a venire fuori di lì, tu cerca di non muoverti e di stare tranquilla, ok?»

«Non lasciatemi sola, vi prego!» Disse la bambina urlando con tutto il fiato.

L’uomo guardò negli occhi la signora con lo strano cappello in testa, sembrava imbambolata, in tutto quel tempo non aveva detto una sola parola. «Piccolina, io qui non posso fare nulla per aiutarti, devo chiamare qualcuno che ti possa far risalire. Però rimarrà con te questa signora a farti compagnia, non parla molto ma sono sicuro che è molto dolce.» La donna continuava a tacere, si limitò a fare un cenno di approvazione con la testa.

«Va bene, ma fai presto, ho paura, tanta paura!» Disse la voce strozzata dal pianto.

 

I pompieri arrivarono nel giro di neanche dieci minuti. La popolazione era diminuita parecchio e, con la gente, se ne erano andati anche i gatti che si arrampicavano sugli alberi, i fornelli lasciati accesi durante la notte e i barbecue finiti male. In poche parole, i pompieri della città passavano le giornate a mangiare patatine e giocare a carte nella sala ricreazione della caserma.

Mentre iniziava a sistemare le funi e i moschetti, John, il più giovane del gruppo di pompieri volontari, stava sul bordo del pozzo cercando di tenere impegnata la bambina. Lui era quello più magro di tutti gli altri. Gli anni e il poco lavoro avevano fatto ingrassare i suoi compagni fino a farli entrare a malapena nelle tute ignifughe, John era entrato nel gruppo da pochi mesi, ed era l’unico che poteva tentare di infilarsi in quel pozzo maledetto.

«Piccola, il mio nome è John.» Disse il pompiere affacciandosi nel buco. «Tu come ti chiami?»

«Siria.» Rispose la voce.

«Siria… È un bellissimo nome.» Nessuna risposta, soltanto qualche singhiozzo di pianto soffocato.

«Dove sono i tuoi genitori, Siria?»

«Non lo so dove sono, a casa… credo.»

«E come hai fatto a finire là dentro?» Chiese infilando l’imbragatura di sicurezza.

«Loro non sanno che sono uscita di casa, mamma mi diceva sempre di non allontanarmi dal giardino, adesso mi metterà in punizione vero?»

«Nessuno ti metterà in punizione, piccola. Adesso pensiamo soltanto a tirarti fuori di lì, è la cosa più importante.»

Le cose giuste da dire ad una bambina intrappolata in un pozzo profondo venti metri, senza i suoi genitori a tranquillizzarla, non sono facili da trovare. John, nonostante tutto, se la cavava abbastanza bene, forse perché allenava la squadra di baseball delle scuole medie da un paio di anni e sapeva come tenere buono un bambino durante una crisi di pianto. Una di quelle capacità che si rivelano utili in momenti che non ti aspetti.

«Ehi bambina…» Disse John con la voce più calma che potesse permettersi di avere. «… mi sai dire il nome dei tuoi genitori?»

«Mamma e papà.» Disse confusa la bambina. “Probabilmente è sotto shock” Pensò il pompiere mentre si agganciava alla vita la corda che lo avrebbe sostenuto nella discesa.

«Ho capito Siria. Scommetto che “mamma e papà” stanno per arrivare. Mi sai dire invece dove abiti? In che zona della città?» Continuò allacciando i moschettoni di acciaio alle cinghie.

«La mia casa ha un grande giardino verde e una pianta di mele enorme sul retro.» La piccola era in evidente stato confusionale. “Speriamo solo che non abbia sbattuto la testa nella caduta” Pensò John. Si mise di nuovo seduto sul bordo del pozzo, sentiva il freddo provenire da quella stretta apertura. Gli altri pompieri avevano legato l’altra estremità della fune all’argano della loro camionetta e ora, calavano il giovane pompiere nel buco, lentamente, cercando di non farlo sbattere troppo sulle pareti instabili del pozzo. John sentiva l’umidità e il freddo entrargli nelle ossa e non riusciva a smettere di pensare a quanto avesse sofferto quella piccola creatura nelle ore passate là dentro da sola immersa nell’acqua fredda.

«Sto per venirti a prendere Siria, Sto arrivando!» Disse John guardando in basso. Proprio in quel momento, però, si rese conto che la sua discesa non sarebbe durata molto. Le pareti si facevano più strette man mano che scendeva e, centimetro dopo centimetro, sentiva la roccia e i mattoni stringergli la cassa toracica come una morsa. Provò a scendere più possibile, ma ad ogni respiro sentiva i detriti staccarsi dalle pareti e cadere nell’acqua sul fondo.

«Tiratemi su, presto!» Urlò ai suoi colleghi.

«Che succede John? Perché non mi vieni a prendere?» Chiese la piccola tossendo. Si stava agitando, lo si capiva dal rumore dell’acqua che si muoveva.

«Non preoccuparti piccola, solo un piccolo contrattempo, arriverò in un battibaleno.» Mentì John mentre risaliva verso la luce.

«Ok…» Disse piangendo la piccola Siria.

 

«Quel cazzo di buco è stretto come il culo di porcellino d’india.» Il capo dei pompieri strillava sputando goccioline di saliva sulla carta dei tracciati idrici della città. John aveva ancora addosso l’imbragatura, lo guardava preoccupato mentre cercava di scrollarsi di dosso le tracce di fango.

«Credo che dovremmo trovare una soluzione alternativa. Anche se riuscissimo a trovare un cazzo di contorsionista tanto pazzo da scendere in quello stramaledetto pozzo, quella bambina sarà morta di ipotermia prima di farlo arrivare qui.» Disse riempendo quella piantina ingiallita di piccole goccioline schiumose.

«Chiamate subito qualcuno che capisca di scavi e allargate quel cazzo di buco più in fretta possibile!» Concluse sbattendo i pugni ingialliti dai sigari sul cofano della camionetta.

«Ma signore…» Disse John infilandosi tra le spalle dei suoi colleghi più grossi di lui «…le pareti di quel pozzo sono friabili come biscotti!»

«Qual’è il problema novellino? Meglio così, allargheremo quel buco tanto da farci passare un ascensore.» Urlò il capo riempendogli la faccia di goccioline di saliva al caffè.

«Signore…» Insistette John «…se iniziassimo a buttare giù le pareti del pozzo, rischieremo di fracassare il cranio di quella povera bambina!»

«Hai un’idea migliore? Vuoi forse passare dalla Cina e scavare per il centro del cazzo di pianeta?»

«Più o meno signore.» Disse il novellino. Silenzio. Il capo dei pompieri si voltò incredulo e fissò lo sguardo impaurito di John a non più di due centimetri di distanza dal suo naso, tanto che riusciva a sentire benissimo l’odore di saliva mista a tabacco e caffè uscire da quella bocca baffuta.

«Ti ascolto.» Disse il capo sputacchiando un altro po’ sulla faccia del giovane pompiere.

 

Il sole cominciava a tramontare. Con l’arrivo della trivella arrivarono anche i soliti, maledetti giornalisti a mettere i bastoni tra le ruote alle operazioni di soccorso. Perlomeno, insieme alle telecamere e ai microfoni, la stampa, portò anche una gran quantità di riflettori e fari alogeni che furono sfruttati per illuminare il pozzo come non lo sarebbe stato nemmeno in pieno giorno.

«Ehi piccola, Sei ancora laggiù?»

«Si John! Sono qui, perché non mi venite a prendere? Dove sono mamma e papà?» Ora John riusciva a vedere la testa della piccola Siria illuminata da un riflettore da quattrocento watt.

«La polizia sta cercando i tuoi genitori dappertutto, ora ti spiego cosa faremo…» Disse John parlando a quel mucchietto di capelli sporchi di fango incastrati in fondo al pozzo profondissimo.

«Ora sentirai un po’ di rumore vicino a te, faremo un buco qui accanto, un buco abbastanza grande da permettermi di entrarci dentro, poi scaverò con le mie mani un piccolo tunnel proprio vicino a te e ti tirerò fuori di lì, hai capito bene Siria?» A dirla così, la cosa sembrava una passeggiata, in realtà era un azzardo, poteva andare storto qualsiasi cosa.

«Ho capito John, farete un altro buco vicino a questo e poi mi tirerete su da quell’altro buco, giusto?»

«Ehi, sei sveglia! Brava piccola, tu non devi fare altro che aspettare e cercare di stare tranquilla.»

John temeva che trivellare il terreno lì accanto avrebbe potuto far crollare il pozzo di Siria, sapeva che se non avessero fatto in tempo, la bambina sarebbe morta congelata, sapeva che Siria sarebbe potuta svenire o addormentarsi e probabilmente sarebbe annegata, e col frastuono della scavatrice non avrebbero mai potuto sentire i suoi lamenti. John sapeva tutto questo ma sapeva anche che era l’unica cosa rimasta da fare.

Fortunatamente la ditta di calcestruzzi che stava a pochi isolati da lì, aveva una trivella abbastanza grande e potente da fare un buco profondo venti metri in poche ore, quattrocento cavalli di potenza e una squadra di almeno venti persone per salvare quella piccola creatura. Oltre a loro, metà della città si trovava al capezzale della piccola Siria, in piedi dietro al nastro giallo messo dalla polizia, l’altra metà, stava seguendo lo svolgersi delle operazioni di soccorso alla televisione. La cronista locale, portava un vestito giallo canarino che sullo schermo sembrava fosforescente. Di fronte la telecamera infarciva la vicenda di particolari commoventi perlopiù inventati di sana pianta. In realtà non si sapeva nulla di quella povera bambina, ma la giornalista era riuscita a mettere in piedi un teatrino tanto drammatico da tenere tutta la contea attaccata allo schermo, sintonizzata sulla diretta del canale ventisei. La polizia locale invece, era più impegnata a tenere a bada la folla di curiosi che a cercare di scoprire la vera identità di Siria. In fondo non erano poliziotti tanto esperti in questo tipo di indagini, a parte qualche eccesso di velocità e qualche ubriachezza molesta, quello era un posto più che tranquillo.

«Aumentate la velocità di rotazione di quella maledetta trivella!» Urlava il corpulento direttore degli scavi. Un ispanico barbuto di mezza età grosso come tre dei suoi uomini.

«Che diavolo stai dicendo? Vuoi far crollare il pozzo principale?» Gli rispondeva contro il capo dei pompieri ormai strafatto di caffè. Era il quarto bicchiere da quando era arrivato sul posto. Gli operai non facevano altro che eseguire di volta in volta gli ordini contraddittori dei due. Erano ore che lavoravano senza sosta, ben oltre le solite otto ore giornaliere, ma tutti avevano sentito quella dolce voce tremante venire dal pozzo, e come si poteva fare a meno di affezionarsi alla bambina?

«Ehi, Siria, va tutto bene?» Urlava John, ma, di risposta, non riusciva a sentire altro che il rumore metallico dei motori diesel e la scavatrice macinare terra come un mostro mitologico. I riflettori, alimentati da potenti generatori emettevano un ronzio del diavolo e la gente al di là dalle transenne urlava all’unisono il nome della bambina in segno di compassione. Nell’insieme, la situazione era assordante. A John non rimaneva altro che scrutare il fondo del pozzo e vedere se l’acqua si muoveva quel poco che bastava per capire che la piccola era ancora viva. Poi uno schianto, forte come lo scontro di due mezzi pesanti in autostrada. I rotori della trivella si fermarono emettendo un sibilo. L’unico rumore che rimase nell’aria era quello dei generatori e il brusio della gente.

«Che diavolo succede?»

«Abbiamo spaccato la trivella, Cristo Santo!» Disse uno degli operai mentre i suoi colleghi cercavano di sbloccare le prolunghe di acciaio per estrarre la punta della scavatrice.

«Che diavolo stai dicendo? Come è possibile?» Il capo dei pompieri ricominciò a sputacchiare saliva in giro per il campo.

«Ehi capo, sono quasi quattro ore che stiamo scavando senza sosta. Queste macchine hanno dei limiti!» Disse il direttore dello scavo sistemandosi i capelli sudati e sporchi di fango sotto l’elmetto bianco.

«E quando cavolo ci vuole per rimettere in sesto quella maledetta macchina?»

«Dipende dai pezzi da sostituire, in ogni caso, non meno di tre o quattro ore, questo è sicuro.»

«Che cosa?…» Urlò il pompiere anziano scaraventando a terra l’ennesima tazza di caffè bollente. «…Stai dicendo che quella povera bambina dovrà aspettare altre quattro ore prima di essere tirata fuori da quel cazzo di pozzo?» Ormai la discussione stava degenerando. Il capo dei pompieri ormai sputava a destra e sinistra come un innaffiatore e il direttore dei calcestruzzi si era tolto l’elmetto di sicurezza lasciandolo cadere a terra quasi a voler iniziare rissa.

«Siamo anche noi preoccupati per quella povera niña, ma questo cavolo di guasto non è di certo capitato per colpa nostra.» Disse con accento ispanico il direttore di cantiere.

«Siete voi che ci avete chiamati per fare questo buco a tempo di record!» Entrambi gli uomini erano della stessa identica esagerata stazza e se avessero iniziato a mettersi le mani addosso nessuno avrebbe avuto il coraggio di infilarsi in mezzo per separarli.

«Che sta succedendo John, non sento più scavare.» Finalmente, dal fondo di quel buco la voce di Siria era di nuovo udibile. John si spinse sul ciglio con tutto il busto, fino a quasi caderci dentro per attutire le urla provenienti dallo scavo.

«Non preoccuparti, va tutto bene, si sono fermati un attimo per far riposare le macchine scavatrici, tra poco ritorneranno a lavorare, ci siamo quasi, ormai.» Mentì John. In quel momento non importava, era troppo felice di sentire di nuovo la voce rotta dal pianto di quella bambina.

«Sai…» Disse «…sei una bambina davvero coraggiosa!»

Dal fondo, un singhiozzo, niente più, di una risata forse, o di un pianto.

«Ehi Siria, ti va di fare una cosa per me?» Chiese dolcemente John cercando di distrarre la bambina.

«Hai una voce molto bella, scommetto che sai cantare bene, vero?»

«Può darsi…» rispose timida la bambina.

«Vorrei tanto sentirti cantare, ti va?» Chiese John. Siria non rispose, se ne stava in silenzio. Dal fondo del pozzo si sentiva soltanto l’acqua muoversi piano. Poi una voce delicata e dolce iniziò a riempire il vuoto di quel pozzo. Non erano parole, ma soltanto una nenia triste e dolcissima. John non aveva mai sentito niente di più bello in tutta la sua vita. Quella voce suonava come uno strumento antico e vibrava nell’aria. “Bella come la musica degli angeli” pensava il pompiere mentre sentiva un nodo in gola tanto forte da fermargli il fiato. Alzò solo per un attimo la testa a di sopra del pozzo. I due uomini stavano ancora discutendo animatamente agitando le braccia in aria come scimmie. John approfittò della distrazione di tutti per chiamare di uno dei poliziotti di guardia ai lati delle transenne, il più giovane, un novellino come lui. Il poliziotto lo raggiunse e John prese dalla sua cintura, senza chiederglielo nemmeno, una delle ricetrasmittenti. La accese e infilò il braccio nel pozzo cercando di tenere la radio più in profondità possibile. Passarono pochi istanti e poi tutti iniziarono a sentire quella voce meravigliosa. La piccola Siria continuava a cantare nell’acqua gelida la sua triste canzone senza parole e il suono della sua voce usciva dagli amplificatori delle auto di pattuglia. Molti piansero in quel momento. Persino i due pesi massimi che stavano per fare a botte fino a qualche secondo prima, ora si guardavano intorno in silenzio, cercando di trattenere la commozione scatenata da quel canto. Per una manciata di minuti, tutta la contea stava ascoltando senza dire niente. La giornalista del canale ventisei, aveva smesso di dire cavolate alla telecamera e si era messa ad ascoltare, cercando di non far colare il rimmel nero sul suo vestito giallo. La voce di un angelo.

Quando John tirò di nuovo fuori la testa dal pozzo, per vedere le facce delle persone presenti nel cantiere, una goccia di acqua gli ghiacciò il viso. Non era una lacrima, che forse si aspettava di sentire sulla sua pelle, ma una piccola insignificante gocciolina di pioggia autunnale. Una goccia tanto piccola da non farci quasi caso. Poi guardò in alto, sopra la sua testa. Il cielo non era più sereno. Si era fatta sera ma le stelle non si vedevano, e nemmeno la luna. Ed ecco un’altra goccia. Fresca come la prima, scendeva sulla pelle del suo viso quasi a rallentatore, dalla fronte alla punta del naso. Un brivido di inquietudine che non riuscì a comprendere gli salì per la colonna vertebrale. Poi di colpo la paura si fece razionale.

«Sta piovendo!» Urlò a squarciagola squarciando quel silenzio innaturale.

Tutti si fermarono e guardarono in alto. Ed ecco la pioggia scendere come un fiume in piena sulle loro teste. Non una pioggerellina leggera di quelle che rinfrescano appena l’aria, ma un vero e proprio temporale.

«I teli! Prendete i teli e coprite i pozzi!» Urlò John con tutta la voce che aveva in corpo mentre correva verso la camionetta dei pompieri parcheggiata vicino al campo incolto.

«Presto scavate i fossi per defluire l’acqua… presto!» Urlò il capo dei pompieri lasciando perdere la futile discussione con il direttore dell’impresa edile.

Tutti si stavano dando da fare per cercare di non far andare l’acqua nel pozzo e nemmeno nello scavo. I pompieri misero in piedi delle tende improvvisate usando quello che avevano a disposizione mentre i muratori usavano le pale e la calce per creare dei canali di scolo verso la strada, per far defluire quel fiume di acqua piovana. Tutti in quel momento si davano da fare all’unisono, senza sosta. Tutti combattevano nel fango contro un nemico che non avevano previsto e che avrebbe potuto rendere futile ogni loro sforzo di salvare Siria. Persino i curiosi che fino a quel momento erano rimasti inermi a guardare dietro le transenne poste dalla polizia, scavalcarono la recinzione e si diedero da fare come potevano per portare via più acqua possibile da quel campo ormai diventato un lago.

Appena la situazione sembrò sotto controllo, John si affacciò di nuovo nel pozzo.

«Siria, stai bene?» Chiese.

«L’acqua sta salendo! È fredda!» Disse la piccola ansimando.

«Stai tranquilla, Siria, cerca di muovere le gambe ora, muovile forte, come quando vai in bicicletta.» Disse John preoccupato. “Probabilmente l’acqua sta trapelando nel pozzo attraverso il terreno” pensò. In poco tempo la piccola sarebbe affogata in modo orribile in quel posto dimenticato da Dio. Una morte lenta, un’agonia. Non poteva permetterlo.

Mentre tutti si davano da fare per contenere i danni della pioggia, John indossò di nuovo l’imbracatura, male, lasciando pezzi di corda e moschettoni cadere nel fango di quel campo maledetto. Poi, senza dire una parola, si legò la corda alla vita annodandola grossolanamente e come un roditore, si infilò nel buco appena scavato. Quel buco non tanto profondo da arrivare al punto dove si trovava Siria. John doveva fare assolutamente qualcosa.

«Datemi una pala! Presto!» Urlò dal fondo del buco fangoso.

«Che diavolo hai in mente John?» Disse il suo capo togliendosi il cappello da pompiere e affacciandosi nella buca attraverso la tenda appena sistemata.

«Che pensi di fare?» Chiese strattonando l’altro capo della corda.

«Quella bambina sta affogando santiddio, non me ne resterò qui a guardare.» gridò John con la rabbia di un animale in trappola. «Se non mi buttate giù una pala e un secchio, scaverò con le mani se necessario!»

Il pompiere capo scivolò fuori dalla tenda e guardò i suoi uomini impotenti fissarlo come se stessero aspettando uno zuccherino di incoraggiamento.

«Che cavolo state aspettando?» Disse sputando pioggia fresca «Cosa volete? Un aumento? Aiutate quel figlio di puttana a scavare questo cazzo di buco!»

Quando arrivarono la pala e i primi secchi legati con delle corde, John aveva già iniziato a scavare con le unghie in quella terra rossa e calda. Ormai i segni della trivella erano confusi con le impronte delle mani del pompiere e il fango si era mescolato al sangue dei graffi delle sue braccia. Lui però non sentiva alcun dolore, l’unica cosa che aveva in testa era la sorte della bambina intrappolata a ormai pochi metri da lui. La pala facilitò gli scavi di molto, e ciclicamente, gli altri uomini in superficie tiravano su secchi pieni di fango e sassi e li svuotavano li accanto. Pochi minuti e il cumulo di terra estratto dalle mani stanche di John era diventato una montagna e in men che non si dica si rese conto di aver raggiunto una notevole profondità.

«Dovresti esserci John, la profondità dovrebbe essere giusta.» Disse uno dei suoi colleghi dalla cima dello scavo misurando a bracciate il resto della corda che lo legava in vita.

«Sei sicuro?» Chiese John tastando le pareti di fango.

«Più o meno.» Disse l’altro.

“Ok, mi basta” Pensò girando su se stesso in quella buca poco più larga del suo corpo.

«Da che parte?» Chiese disorientato.

«Alla tua destra!» John cominciò di nuovo a scavare con le mani per non rischiare di fare del male alla bambina, nel caso fosse, per un caso del destino, ancora viva. Scavò lateralmente sulla parete della sua buca fangosa con le dita, ora talmente doloranti che sembravano staccarglisi dalle mani. Adesso sì che sentiva il dolore. Ogni sasso gli faceva saltare il cuore sperando che fosse la parete del pozzo accanto. Ogni vuoto gli faceva sperare di aver raggiunto la propria meta. Ma niente, un’illusione dopo l’altra. Scavava, ormai con quel che restava delle proprie unghie sperando di sentire di nuovo quella voce straziata dal pianto. Scavava fin dove le sue braccia arrivavano, fin dove riusciva a sporgersi col busto. Poi qualcosa di duro, pesante. Per un attimo fu atterrito pensando ad uno strato di roccia invalicabile, poi si accorse della forma regolare, degli angoli, della superficie levigata. Un mattone. Prese la pala, e fece leva lentamente evitando di buttare giù l’intera parete. Cercava di spostare il mattone centimetro dopo centimetro con tutta la forza che aveva e con delicatezza allo stesso tempo. Poi sentì l’acqua lavargli le mani, acqua fresca e pulita, la sentiva scorrere sul corpo e fare della terra dove poggiava i piedi, poltiglia. L’acqua lo aiutò a spostare altri mattoni, uno ad uno, fino ad aprire un’apertura abbastanza larga in cui infilarsi. L’unica cosa che aveva in testa era la voce di quella bambina. Quella voce dolce che lo chiamava per nome, quella nenia straziante. Non era più nemmeno la speranza di trovarla ancora viva, quella stava cercando di reprimerla in fondo alla mente per non soffrirne troppo se non fosse riuscito a salvarla. Ma quella voce, doveva sentirla di nuovo, era un istinto che lo spingeva a grattare la terra intorno a lui, a rischiare di venire schiacciato da quasi venti metri di terra rossa che si trovavano sopra la sua testa. Quella voce.

«John, sei tu?»

Era lei? O un’allucinazione? Non riusciva a capirlo, la stanchezza era talmente forte da farlo dubitare di se stesso.

«John, sono qui!»

Era lei, la voce di Siria, la piccola Siria, era così vicina, era un sogno sentirla senza il riverbero di quel pozzo infinito.

«Sono qui, piccola! Sono arrivato a portarti in salvo!» Disse continuando a strisciare in quel cunicolo fangoso per riuscire a raggiungerla. Lottava e scalciava come mai aveva fatto in vita sua. Non riusciva a crederci, la bambina era ancora viva e presto avrebbe potuto portarla dai suoi genitori, sana e salva. L’avrebbe abbracciata forte come se fosse figlia sua e le avrebbe fatto respirare aria pulita. Non riusciva ancora a vederla ma con la punta delle dita sfiorava i suoi capelli bagnati. Un solo piccolo sforzo e avrebbe visto il suo viso da vicino per la prima volta.

«Eccomi, usciremo da qui ora, insieme, come ti avevo promesso.» Disse sporgendosi finalmente con tutto il busto. Dall’alto, i potenti riflettori sembravano delle deboli luci di candela. Siria era lì, di fronte a lui, con gli occhi neri come il pozzo dove si trovava, una bambina bellissima e sporca di fango. I capelli si mescolavano all’acqua come alghe nere. Non sembrava nemmeno spaventata, sembrava guardarlo con felicità, ma per niente intimorita o affaticata. “Una bambina speciale”. John rimase un secondo a guardarla sorridendole. Poi si avvicinò per prenderla in braccio e portarla dall’altra parte. La piccola si scansò di poco, immergendosi fino al collo in quell’acqua gelata.

«Che ti prende piccola, sono io, John, sono venuto per portarti in salvo.»

La piccola lo guardava. Non diceva nulla, lo guardava e basta immergendosi lentamente nell’acqua nera e fredda, senza nemmeno tremare. Non piangeva più, non gridava, non chiamava più il nome di John. Si immergeva fino agli occhi e riemergeva di qualche centimetro come se stesse facendo un bagnetto caldo. La bambina continuava a fissarlo, come un gatto che fissa un topo. Poi sorrise “uno strano sorriso” Pensò John.

Quando tirarono la corda di sicurezza, nessuno vi era agganciato, ne John ne la piccola Siria. La corda sembrava stracciata, quasi masticata. A nulla servirono le urla dei colleghi e le corde di supporto. Si calarono nel pozzo altri due pompieri dopo John, il primo non fece ritorno, un’altra corda spezzata, nessun urlo, nessun gemito. Il secondo fortunatamente rimase incastrato dopo una decina di metri e dovettero ritirarlo su con l’argano dell’autopompa. Vennero chiamati esperti, altre trivelle, ma niente, erano scomparsi. Secondo i geologi, quel pozzo era collegato ad una fitta rete di cunicoli naturali, cunicoli che scorrevano sotto tutta la contea fino a sfociare nell’oceano. L’acqua aveva scavato quei tunnel nella roccia calcarea centimetro dopo centimetro. Probabilmente erano stati risucchiati dall’acqua. Sarebbe stato impossibile trovarli. Passarono alcuni giorni prima che i pozzi fossero riempiti di cemento, per evitare altre tragedie. La polizia passò di casa in casa ma nessuno conosceva la piccola Siria, nessuno la stava cercando, nessun genitore disperato. Era come se, Siria, la bambina scomparsa nel pozzo, non fosse mai esistita. Per John e per il suo collega scomparso, venne organizzata una messa di addio nella chiesa della città, un funerale senza bara, una commemorazione per la loro scomparsa, e alle loro famiglie venne data una medaglia per il sacrificio. Dopo pochi mesi, le persone smisero di farsi delle domande su quello che era accaduto.

 

Tre anni dopo.

«Aiuto! Aiutatemi!» diceva la voce sottile che usciva dalla grata sul bordo della strada all’incrocio tra la settima e Tennyson st.

«Sono caduta qui dentro, aiutatemi!» Diceva la voce singhiozzante da quel buco buio e maleodorante che portava dritto alla rete fognaria della città. Nessuno ci fece caso all’ora di punta, ma a tarda sera, quando le auto cominciavano a diradarsi e le strade a farsi meno rumorose, la signora Edwards, portando a spasso il suo barboncino nero, sentì la voce riecheggiare proprio sotto ai suoi piedi.

Fine

 

Fabio Tacchi

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