Immortale – racconto

immortale - raccontoH si fermò e rimase in piedi di fronte l’edificio ad angolo tra la Washington st e la Little W St. Era alto dieci piani e aveva la facciata decorata con colonne e capitelli in pieno stile neoclassico, un po’ chiassoso a dirla tutta, ma comunque bello. Fissava la cima del palazzo immaginando il tempo in cui quel quartiere era uno dei più belli della città e pensò che forse, qualche anno prima, quel posto doveva aver ospitato una decina di famiglie benestanti che si salutavano tra loro con un cenno la mattina, passeggiavano con i loro cani di razza e mandavano i loro figli in prestigiosi collegi europei. Abbassando lo sguardo sulla facciata, i graffiti colorati, al piano terra, ridisegnavano la triste storia del quartiere, riempiendo ogni piccolo spazio sull’intonaco fino al marciapiede, dove i cumuli di immondizia si mescolavano con i barboni che dormivano sotto le scatole di cartone. La crisi si era portata via brandelli di città come questo anno dopo anno e le persone con i soldi, quelli veri, quelli che non spariscono con le oscillazioni della borsa, si erano spostate nella zona dei grattaceli di vetro. H rimase di fronte alla porta ancora qualche minuto, nervoso e agitato dentro, ma calmo fuori come era abituato a dissimulare da una vita. Teneva un plico di documenti sotto braccio e una borsa di pelle consumata a tracolla. Il cappotto di lana cotta che indossava era nero e anonimo, ma in quel posto sarebbe valso senz’altro un’aggressione. Per non parlare delle scarpe. H teneva alle proprie calzature di pelle come a dei figli. Era un vezzo che aveva ereditato da suo padre che a sua volta aveva ereditato da suo nonno, ma ahimè non avrebbe tramandato a nessuno. Per evitare di attirare troppo l’attenzione, si decise ad entrare.

All’interno, il palazzo era ancora peggio. Le pareti scrostate, le luci spente e il marmo delle scale crepato qua e là davano l’impressione che ci fosse passato un terremoto. A giudicare dalle urla che riecheggiavano nella hall, di famiglie dovevano essercene almeno una ventina in quel momento, tutte probabilmente abusive. H salì le scale sapendo esattamente dove andare: seguiva i cavi elettrici che spuntavano qua e là e si infittivano man mano che saliva. I cavi diventavano trecce e poi tentacoli, si separavano e si rimettevano insieme fino a diventare un unico grosso fascio che andava a finire in un buco nel muro accanto alla porta dell’appartamento 403. H stavolta non esitò, chiuse la mano a pugno e picchiò forte con le nocche. Toc Toc Toc.

Passarono un paio di minuti poi bussò di nuovo. Toc Toc Toc.

Il legno iniziò a scricchiolare. H vide la maniglia ruotare lentamente e il suo cuore ebbe un sussulto. Poi la porta si aprì e qualcosa emerse dall’ombra.

  • Sei invecchiato!

Disse l’uomo di fronte a lui. Forse H si aspettava di vederlo vestito da gerarca nazista, invece indossava un paio di ciabatte, calzini di spugna e una vestaglia di un marrone misto prugna che non sapeva fosse dato dal tipo di stoffa o dallo stato di insozzamento dell’indumento.

  • Salve Ulrich.
  • Lo sai che non è il mio vero nome.
  • In qualche modo devo pur chiamarti.

Ulrich lo squadrò dalla testa ai piedi sorseggiando quello che all’apparenza doveva essere whisky anche se erano soltanto le nove di mattina. Aveva i capelli unti e spettinati e emanava un odore di bestia da soma che avrebbe fatto arricciare il naso a chiunque.

  • Qui è pieno di spacciatori e morti di fame. Vestito in quel modo non sopravviveresti altri cinque minuti in questo corridoio.

L’interno dell’appartamento rispecchiava in pieno l’aspetto del suo occupante, se non altro per lo stato d’igiene. Le finestre erano tappezzate fogli di carta e nastro adesivo, pile di giornali e libri che arrivavano quasi al soffitto, in equilibrio precario, disegnavano un labirinto intricato e contorto che portava in pertugi in cui poteva trovarsi anche qualche ratto morto e l’odore, acre e pungente, faceva pensare che di animali morti ce ne dovevano essere di sicuro un paio. Cartoni di pizza unti e bicchieri anneriti dai mozziconi di sigaretta decoravano ogni punto d’appoggio insieme a oggetti antichi e cimeli di guerra. Poi c’era l’ufficio che sembrava strabordare di fogli di carta. Lì i due si accomodarono.

  • Posso offrirti uno sherry, Henry?
  • Mi conosci così bene non solo da sapere come mi chiamo, ma anche i miei gusti? Sono Colpito.

Ulrich si avvicinò allo schedario accanto alla libreria. Aprì il secondo cassetto e vi estrasse una cartellina marrone chiusa da uno spago. La aprì e lesse.

  • Henry Scott Anderson, nato nel Maine nel maggio del 1945, figlio di un aviatore dell’esercito e una cameriera di una tavola calda, John Scott Anderson e Elisabeth Foster. Dopo la scuola, si iscrive a ingegneria e entra in accademia militare dove conclude gli studi. In pochi anni diventa ufficiale del reparto di ricerca e progettazione dell’esercito. Poi più nulla. Dopo qualche anno spunta H ingegnere tecnico della CIA, specializzato in monitoraggio e sorveglianza alla sede a Langley. Soltanto tre missioni sul campo ma ben 38 anni di onorato servizio. Non male, veramente non male. Celibe, predilige i ristoranti di pesce, adora i frutti rossi e il cioccolato, ha fatto jogging fino alla rottura del legamento crociato nel 1986 e ora è in pensione nella vecchia casa paterna del Maine, ha tre cani, un cavallo studia da anni la cultura buddista e le discipline orientali e adora lo sherry.

Chiuse la cartellina in una nuvola di polvere e prese un bicchiere dal ripiano più alto della libreria, poi lo poggiò di fronte ad H. Il vecchio si tolse gli occhiali e li pulì sul lembo del cappotto. Non sembrava affatto colpito, ma lo era. Allontanò quel bicchiere sporco poggiandolo lontano sulla scrivania, poi prese tra le mani il fascicolo che teneva sotto braccio e lo poggiò al suo posto.

  • Accetto la sfida, Ulrich.

Disse aprendo il fascicolo lentamente, come se fosse una reliquia.

  • Ulrich alias Cypher, alias John Doe, alias Victor, alias Sergei. Età ignota, nazionalità ignota, un metro e settantacinque circa di altezza, peso circa settantatré chilogrammi, capelli biondi, carnagione chiara, lineamenti nord europei, segni particolari: una cicatrice di forma circolare sul fianco destro. Si hanno notizie di lui da almeno 268 anni attraverso varie fonti ma sempre identificato come l’uomo che non può morire, o semplicemente l’immortale. Viene rappresentato a capo della battaglia di Kunersdorf in un dipinto datato 1759, compare anche nel quadro che rappresenta la battaglia di Moscova del 1812. Viene descritto come colonnello dell’esercito a capo dello sterminio dei nativi americani alla fine del XIX secolo soprannominato il “Diavolo Bianco”. Tracce di lui si hanno nella prima guerra mondiale, in cui compare in diverse foto sia nell’esercito tedesco, sia in quello francese rispettivamente come capitano e come soldato semplice. La testimonianza più attendibile risale al 1945 in cui si parla di un comandante tedesco in alta uniforme aggirarsi da solo per le vie di Hiroshima pochi minuti prima lo scoppio della bomba e circa tre ore dopo si hanno notizie di lui, nudo, approdare a Kioto a bordo di una barca da pescatore quasi completamente bruciata. Di lui si perdono le tracce per alcuni anni fino a una serie di attentati avvenuti negli Stati Uniti a partire dai primi anni sessanta fino al 1971. L’anno seguente lo si trova in Africa ad assistere ai genocidi di massa del Ruanda. Carestie, guerre, incendi, deragliamenti… Il suo nome, e la sua descrizione compaiono un po’ dappertutto nel mondo spesso collegati a eventi catastrofici.
  • Questa volta sono io ad essere colpito. Addirittura lusingato.

Ulrich prese la bottiglia e versò un dito di scotch nel suo bicchiere, lo bevve, poi ne prese un altro sorso direttamente dalla bottiglia e si asciugò la bocca con la manica della vestaglia.

  • Dimmi H, sei qui per uccidermi?
  • L’idea è quella.
  • Mi dispiace deluderti. Sono un sacco di anni che ci provo. A quanto pare non è facile.

H rimase impassibile, con un sorriso di circostanza come se si trovasse di fronte al suo cardiologo durante la consueta visita di rutine. Ulrich rimase ad osservarlo con la coda dell’occhio aspettando una qualche mossa di quel vecchio rinsecchito, poi si alzò e si diresse verso la libreria, prese tra le mani i due montanti laterali, li spinse in avanti e li allontanò come a voler dischiudere il mobile. Si sentì uno scricchiolio, poi un rumore di ruote su binari di metallo e dietro la libreria comparve una nicchia scavata nel muro che ospitava una decina di monitor. Su alcuni di quegli schermi comparivano dei dati in continuo aggiornamento, in altri immagini di telecamere di sicurezza, altri ancora mostravano immagini satellitari e mappe. Quando Ulrich si voltò, H non aveva mosso un muscolo, il suo sguardo era impassibile e quel sorrisetto educato non si era per niente affievolito. Sul viso di Ulrich, invece, si poteva leggere una nota di disappunto.

  • Vuoi ascoltare una storia, vecchio?
  • Certamente!
  • Il mio nome non è Ulrich come puoi ben immaginare, e nemmeno Sergei o Victor, il mio nome è Tobia. Sono nato in un piccolo paesino della Sassonia vicino Brema in un periodo in cui si viveva coltivando zucche nei campi e allevando quel poco di animali che servivano per far tirare avanti una famiglia. Io non avevo nemmeno quelli, ero un ragazzo senza madre né padre, senza fratelli e senza fissa dimora. Ero un orfano che viveva di piccoli furti e di bastonate. Come tanti altri ragazzi nella mia stessa situazione, avevo di fronte a me poche strade, e decisi di prendere la via più facile. Mi affidai all’ala protettrice della chiesa. L’idea di farmi prete, di certo, non era mossa dalla vocazione, lo feci soltanto per avere un tetto sulla testa e qualcosa nello stomaco. In ogni storia però, c’è sempre una donna di mezzo. Infatti, poco prima di prendere i voti, conobbi la giovane Alexandra. Era un’anima semplice, aveva soffici capelli biondi, un seno prosperoso e via dicendo. Frequentava la chiesa in cui iniziai il mio percorso da religioso e ogni domenica mi trovavo a fissarla tra i banconi. Per colpa di lei, quella via che avevo preso, cominciai a vederla sempre più stretta e l’idea di dover rispettare per tutta la vita delle leggi dettate da qualcuno che non potevo neppure vedere con i miei occhi, non mi faceva impazzire, perciò ricominciai a fare quello che mi riusciva meglio, ripresi a rubare. L’idea era quella di accumulare abbastanza denaro da fuggire con la giovane Alexandra in un paese in cui nessuno ci conosceva, avere dei figli, una casa e andare avanti, giorno per giorno. A quel tempo era tutto molto più semplice. Presi tutto quello che c’era da prendere nella chiesa, rubai dal cesto delle offerte, presi le croci decorate sopra all’altare e qualche candelabro in bronzo, ma era una povera cappella di campagna e non poteva bastare per i miei progetti, dunque mi diressi verso l’unico posto dove poteva esserci qualcosa di valore: il castello del conte. Lo chiamavamo così, ma non so se fosse davvero un conte, di sicuro, i campi intorno alla città erano di sua proprietà e a lui andava parte del raccolto di ogni agricoltore. Era anche un commerciante di armi e possedeva una piccola fonderia in cui produceva fucili per l’esercito del re. Entrare nel castello fu facile, intrufolarmi nelle stanze e arraffare ogni cosa di valore, anche, la cosa difficile fu scappare da quel posto senza fare rumore. Non ero un ragazzo furbo, allora, e all’interno del sacco di iuta che portavo in spalla, l’argenteria faceva un fracasso del diavolo così il conte si svegliò. Riuscii ad arrivare alla porta, a scavalcare il cancello e iniziai a correre lungo il sentiero che portava in città. Volevo rifugiarmi in chiesa. Lì, di sicuro, di fronte a Dio, non mi avrebbe ucciso ma lui aveva i cavalli che correvano più veloci di me e aveva anche i fucili. Il proiettile mi raggiunse quando ero al centro della piazza. Lo sentii mordermi il fianco come una vipera…

Ulrich aprì la vestaglia mettendo in mostra quella pelle bianca e liscia come porcellana. H vide la cicatrice spuntare tra le costole come il gheriglio di una noce.

  • Non feci in tempo a raggiungere la chiesa, mi accasciai sul parapetto del pozzo al centro del paese sentendo il sangue caldo uscire a fiotti dalla ferita. Il cavallo che mi inseguiva rallentò il passo e uscì dall’ombra, si fermò a pochi metri da me e il conte scese brandendo ancora l’archibugio fumante tra le mani. Non si sarebbe accontentato di spararmi una sola volta. A quei tempi, non si lasciava un lavoro a metà e se si voleva uccidere qualcuno, lo si uccideva senza stare a fare troppi discorsi. Prese la polvere da sparo per ricaricare, e una palla di piombo da infilare nella canna, ma non gli diedi il tempo di farmi mordere di nuovo da un altro proiettile, guardai per un solo secondo la chiesa, a pochi metri da me, che poteva essere la mia salvezza se non fosse stato per Alexandra, poi mi buttai nel pozzo. Non ricordo nemmeno il tonfo, ricordo solo l’oscurità. Passò del tempo, ma non so quanto di preciso. Quando mi svegliai era buio, un buio tanto nero che pensavo di essere diventato cieco, o peggio di essere morto e che quello era l’inferno, ma sentivo l’acqua intorno a me e le pietre del pozzo scivolose che mi circondavano, perciò poi tanto morto non dovevo essere! Poi una luce fioca si infilò nel buco insieme a me, venne giorno e urlai con tutta la forza che avevo. Avrei accettato la prigione e pure l’impiccagione pur di non morire laggiù da solo, ma non venne nessuno. Non arrivò anima viva neanche il giorno seguente e né quello dopo ancora, neppure la morte. La ferita nel frattempo si richiuse lasciando solo una brutta cicatrice e una scia di dolore che riesco a sentire ancora. Decisi di usare tutte le energie che avevo per uscire da lì. Ci misi delle settimane intere, dei mesi forse, non lo so. Ricordo solo che a ogni mattone che riuscivo a raggiungere scalando quelle pareti viscide, seguiva un tonfo nel fondo, a ogni metro che salivo grattando la pietra con le unghie, seguiva una caduta, ma alla fine riuscii ed essere di nuovo libero. Quello che trovai fuori fu solo desolazione. La città era morta, e la natura se l’era ripresa. I campi erano abbandonati e gli animali selvatici vagavano per le stradine indisturbati in cerca di cibo. Era venuta la peste e si era portata via tutto il paese mentre ero laggiù. Il conte, gli anziani, i bambini, Alexandra, erano tutti morti, ma non io.

A fine racconto, Ulrich aveva finito l’intera bottiglia un sorso alla volta.

  • Come mai, dopo tutto questo tempo, hai raccontato a me questa storia?
  • Vedi H, nella mia vita, molti uomini mi hanno dato la caccia, ma nessuno è stato caparbio come te. Ci conosciamo da decine di anni eppure non ci siamo mai incontrati. In fondo provo una certa ammirazione nei tuoi confronti. Molti alla tua età avrebbero gettato la spugna, invece tu hai seguito le mie tracce fino a qui. Sì, è vero, tu stai lentamente decadendo, la tua vita ormai è giunta alla fine, mentre la mia, qualsiasi cosa tu faccia, continuerà. Nonostante questo credo che noi siamo in qualche modo legati.

H si tolse gli occhiali e se li pulì su di un lembo del cappotto. Aveva abbassato la guardia. In fondo quello che Ulrich stava dicendo era vero, la sua vita era in declino e poteva fare così poco, ormai. Aveva di fronte, forse, la minaccia più grande dell’umanità eppure non sentiva verso di sé un pericolo diretto. Questo glielo suggeriva il cuore, che batteva regolarmente, senza affanni, e quella sensazione di formicolio alla pelle che aveva provato quando era entrato in quella casa, era svanita.

  • Quello che non capisco, H, è il motivo di tanta ostinazione, e non venirmi a parlare di bene e male, o di salvare il mondo. Nessuno spende tante energie per gli altri. Quello che ho imparato in tutti questi anni, è che dietro un’ossessione come la tua, c’è sempre qualcosa di personale.

H si alzò in piedi, si tolse il cappotto di lana poggiandolo delicatamente sulla spalliera della sedia, poi si tolse il cappello e lo poggiò su una pila di libri. Portava un panciotto grigio infeltrito e una camicia di cotone mal stirata, ma per il resto era un uomo ben curato. La barba era rasata da non più di qualche ora e la colonia che aveva addosso profumava di violetta e muschio. Aveva l’aspetto di un vecchio abituato a prendersi cura di se stesso da molti anni senza l’aiuto di nessuno.

  • Una storia per una storia a quanto pare…

Disse

  • Ebbene, come darti torto. In qualche modo siamo legati da prima che nascessi. Mio padre nacque a Somerville nel 1918, appena dopo la fine del primo conflitto mondiale ma giusto in tempo per partecipare al secondo. Era figlio di agricoltori ma poco propenso al lavoro della terra, perciò si arruolò nell’esercito e divenne pilota. Non lasciò mai del tutto la propria terra per una ragione ben precisa, mia madre. Quando dici che non esiste storia senza una donna, hai pienamente ragione. Mio padre alla fine di ogni missione ritornava a Somerville anche solo per pochi giorni e passava insieme a lei ogni secondo che poteva. Poco prima della sua ultima missione nacqui io e mio padre fece appena in tempo a vedermi nascere prima di partire di nuovo. Ad agosto venne richiamato per una semplice ma pericolosa ricognizione in territorio nemico. Sarebbe partito dalla portaerei USS Intrepid a largo delle coste del Giappone per sorvolare a bassa quota le città di Nagasaki e Hiroshima con un piccolo aereo monoposto foderato di piombo, stando ben attento a volare sotto la portata dei radar. Mio padre credette fino all’ultimo che il piombo serviva a proteggerlo dalla contraerea… che ingenuo. La bomba esplose la mattina del sei agosto su Hiroshima proprio di fronte ai suoi occhi. Disse che era come vedere sorgere il sole dalla parte sbagliata dell’orizzonte. Pochi minuti più tardi il suo aereo sorvolava la città per constatare i danni. Tutto era morto, l’intera città era rasa al suolo. Il calore dell’esplosione era stato così potente che delle persone era rimasta solo l’ombra sulla pietra. Mio padre rimase traumatizzato tutta la vita da quell’esperienza. Non era rimasto niente, o meglio, non era rimasto niente di vivo. Poi, sorvolando quella che pochi minuti prima era la piazza principale della cittadina, vide un uomo, al centro, nudo e completamente illeso. Mio padre passò sopra la piazza tre volte per vedere meglio. All’inizio pensava fosse una statua di marmo, in piedi, immobile con le braccia protese verso il cielo, ma poi, quella statua si mosse.
  • Già, per un attimo pensavo avesse funzionato.

Ulrich andò verso la libreria dove quei computer continuavano ad elaborare dati, e tirò fuori un’altra bottiglia nascosta o semplicemente lasciata dietro una pila di libri riguardanti la fisica quantistica. Era sherry. H prese in mano quel bicchiere logoro che aveva allontanato poco prima, ci soffiò dentro e lo porse a Ulrich che fece un sorriso e lo riempì soddisfatto.

  • Mio padre ti descrisse come un diavolo dalla pelle bianca. Buffo, vero? Disse che emettesti un urlo tanto forte da coprire il rumore dei motori del biplano e in un impeto di rabbia iniziasti a battere i pugni al suolo. Subito dopo ritornò alla portaerei e dopo poco tempo, la guerra finì. A sentire la mamma, mio padre, non ritornò del tutto illeso quella missione di ricognizione. Il suo sguardo era come appannato da un’ossessione. Parlò di quello che aveva visto, ma venne deriso dai suoi colleghi e cacciato dall’esercito per colpa di quella storia. La sua ossessione però non si spense. Per anni fece ricerche su di te, sulla tua lunga vita. C’erano tracce de “l’immortale” in ogni conflitto per secoli addietro nella storia. Raccolse documenti, testimonianze, fotografie e ritratti che descrivevano il “Diavolo bianco”: colui che veniva inseguito dalla morte da secoli senza esserne mai vittima. Io ero ancora un bambino quando qualcuno bussò alla nostra porta. Era la CIA, che aveva seguito le ricerche si mio padre fin dal 1945 e da quel giorno, l’ossessione di mio padre divenne il suo lavoro. Mio padre mise in piedi una squadra per darti la caccia ma morì di cancro nel 1975 lasciando in sospeso una delle più intricate ricerche dei servizi segreti americani. Dopo poco tempo, quello stesso lavoro passò a me. Per più di trent’anni siamo stati sui tuoi passi ma ogni volta era come inseguire n fantasma. Una cosa posso affermare su di te con assoluta certezza: sei estremamente bravo a far sparire le tue tracce. Io e la mia squadra abbiamo continuato a darti la caccia senza sosta fino a che, visti gli scarsi risultati, il governo ha deciso di mandarci tutti in pensione. Questa è la prima volta che riesco a vederti di persona. A pensarci bene, è parecchio strano.
  • Non è così sorprendente. Col tempo si diventa molto bravi a passare inosservati.
  • Di questo ne sono certo, è strano essere riuscito a trovarti proprio ora che sono rimasto solo io.
  • Forse era solo il momento giusto per vederci.

Disse Ulrich versando un altro po’ di sherry nel bicchiere del suo ospite.

  • Sapevi della bomba vero? Quel giorno a Hiroshima?

Chiese H mentre Ulrich stava versando il liquore.

  • Cosa te lo fa pensare?
  • La tua presenza è legata alle catastrofi più abominevoli della storia dell’uomo recente. Attentati, guerre, genocidi ma anche disastri apparentemente dettati dal caso sono tutti legati al tuo nome. Non credo che sia la morte a inseguirti, sei tu a inseguire lei, vero?
  • Vedi H, a volte basta sussurrare nell’orecchio di qualcuno per fare in modo che succeda qualcosa.
  • Fare in modo che succeda? Dunque ho ragione, ci sei tu dietro a tutte queste morti? Ci sei tu dietro a tutta quella distruzione? Per quale motivo? Perché?

Ulrich lanciò la bottiglia oltre la testa di H distruggendola sulla parete dietro di lui, poi, in un impeto di rabbia rovesciò tutto quello che c’era sulla scrivania compresi i fascicoli. H rimase immobile sulla sua sedia con la testa conficcata tra le spalle e il cuore che gli era finito per pulsare in gola.

  • La mia è una guerra! Una guerra contro Dio!

Disse contraendo lo sguardo in una smorfia di rabbia.

  • Cosa vuoi? Hai l’immortalità, la vita eterna! Non ti basta?

Ulrich rilassò i muscoli del viso, poi si sedette sul bordo della scrivania appena liberata. Si era calmato, ma qualcosa nel modo in cui si rivolveva ad H, lo rendeva minaccioso.

  • Sai quanto ci vuole per vedere il mondo? Un’ottantina d’anni. E per leggere tutto quello che c’è da leggere e imparare qualsiasi cosa, ce ne vogliono almeno centocinquanta. L’amore o l’idea dell’amore verso il prossimo si spegne piano piano in circa 170 anni. A quel punto non rimane che la morte. Il problema è che io non posso averla. Da che so, sono l’unico a non poter morire e non ho ancora capito quale sia la causa di questo stato. È così e basta. Ho provato ha morire in tutti i modi. Ho inseguito la triste mietitrice per centinaia di anni e l’unica cosa che ho trovato è stata la morte degli altri. Allora cosa mi rimane? Niente. L’unica cosa che posso fare a questo punto è uccidere tutti quanti, porre fine definitivamente alla vita su questo stupido e insignificante pianeta. A quel punto, Dio, se esiste un dio, vedrà che sono rimasto soltanto io e forse verrà a prendermi di persona. O magari, rimasto solo, la morte non avrà più nemmeno importanza.

A quel punto indicò gli schermi accesi nella nicchia.

  • Vedi, alla fine è solo una questione di strategia. Una cosa porta ad un’altra e ad un’altra ancora, come una partita a scacchi. Ti racconto una cosa divertente. Lo sai come mai non c‘erano salvagenti per tutti i passeggeri del Titanic? In realtà c’erano, ma il primo ufficiale che aveva la chiave degli armadietti dove erano riposti si era ammalato e, appena prima della partenza, era stato sostituito da un collega. La chiave di quegli armadietti, però, rimase nella tasca della sua giacca e i salvagenti rimasero sigillati. Conseguenze. Alla fine, innescare la fine del mondo, non è poi così difficile se hai tempo, e io di tempo ne ho quanto voglio.

A quel punto H capì il senso di quei computer. Era quello il modo in cui ora Ulrich rincorreva la morte: pianificando e calcolando ogni mossa nei minimi dettagli.

  • Se ci fosse un altro modo?
  • Non esiste un altro modo. Sono centinaia d’anni che provo a morire. Se non ci sono riusciti venti chilotoni di energia atomica dubito che possa riuscirci qualcos’altro.

Ulrich si voltò verso gli schermi, La sua voce si fece sottile e il suo sguardo cupo, come se di colpo la conversazione lo stesse annoiando. H sollevò la sua borsa di pelle sopra le ginocchia, la aprì, tirò fuori un oggetto di legno di forma piramidale e lo poggiò sulla scrivania. Poi, con estrema lentezza lo dischiuse aprendo lo sportellino su uno dei lati della piramide portando alla luce la lancetta acciaio intrappolata al suo interno. Fece scorrere il contrappeso verso l’alto sull’asta di metallo e gli diede una piccola spinta. Tic Tac Tic Tac

  • Un metronomo?

Disse sorpreso Ulrich voltandosi.

  • Avrai sicuramente sentito parlare dell’ipnosi.
  • E cosa c’entra?
  • Sai, la meditazione profonda è uno stato di coscienza molto simile all’ipnosi. Alcuni monaci tibetani, grazie alla meditazione, sono in grado di rallentare il proprio ciclo vitale per giorni interi portando la mente in uno stato ipnagogico talmente profondo da avere il pieno controllo del proprio corpo. Il respiro, la circolazione, la temperatura e persino il battito cardiaco possono essere rallentati fino a quasi fermarsi con il giusto livello di concentrazione. Semplicemente, la mente è in grado di regolare il ciclo vitale del corpo che la ospita, ma di solito lo fa in maniera inconscia. Con l’aiuto dell’ipnosi e del condizionamento, si può raggiungere la capacità di influenzare i cicli vitali in uno stato di semicoscienza.
  • Stai dicendo che puoi porre fine alla mia vita ipnotizzandomi?
  • Sto solo dicendo che sei tu a poterlo fare se davvero è quello che cerchi, io posso aiutarti a raggiungere tale scopo. Sono anni che studio le varie tecniche di ipnosi, e penso di aver acquisito un livello di preparazione sufficiente a farti oltrepassare la soglia. Sei tu, però a doverla scavalcare.

Ulrich guardò quell’oggetto così insignificante poggiato sul tavolo carezzandosi la barba incolta. Abbassò la testa fino a poggiarla sul tavolo fissando la lancetta del metronomo che oscillava, poi, oltre la lancetta vide H che lo guardava impassibile e privo di emozioni. Quel vecchio, magrolino e ingobbito dagli anni, il cui stato precario di salute lo rendeva debole come un agnellino, lo stava fissando negli occhi senza paura mentre teneva in mano il suo bicchiere di sherry. Era come se stesse guardando l’avversario di una semplice partita di scacchi.

  • Puoi farlo davvero?
  • Sono anni che studio questa cosa, ma devi essere tu a volerlo.

H faceva ondeggiare quel sorso di sherry rimasto nel suo bicchiere mentre il suo eterno avversario studiava la situazione.

  • Sei certo che funzionerà?
  • Assolutamente no.

Ulrich continuava a fissare il metronomo e poi lo sguardo di H. Poi prese il bicchiere dalle mani di H e bevve quell’ultimo sorso di liquore di bassa qualità.

  • Ok, facciamolo!

Disse stendendosi sulla scrivania. H si alzò in piedi, chiuse gli occhi di Ulrich con una delicatezza che avrebbe avuto solo nei confronti di un figlio, se solo ne avesse avuto uno, e si mise a sussurrare al suo orecchio.

  • Se non ci riesci ti ammazzo e ti giuro che finirò il lavoro che ho iniziato.
  • Lo prenderò in considerazione. Ora, concentrati sulla mia voce, sul mio respiro e con la mente prendi coscienza di ogni parte del tuo corpo. Senti le tue mani, senti le tue braccia, senti le tue gambe e il tuo bacino, cerca di sentire il battito del tuo cuore, il sangue che scorre nelle tue vene, lentamente, senza fretta…

 

H continuò a sussurrare all’orecchio di quella specie di divinità in terra per un giorno intero, senza sosta, accompagnandolo nei luoghi più profondi della sua coscienza e poi spingendosi ancora oltre.

La stanchezza si fece sentire di notte, mentre l’unico rumore che si sentiva era quello dei computer nella nicchia dietro la scrivania e quello del metronomo che continuava a ticchettare alla stessa frequenza. H sudava, ansimava, tratteneva il sonno con ogni briciolo di forza rimasta ma non mollava. Quello che stava facendo era corretto nella teoria, ma farlo davvero era tutto un altro paio di maniche. Il dubbio però, non doveva indurlo a rinunciare. Continuò a portare la coscienza di Ulrich sempre più in profondità sussurrando lentamente quella stessa nenia nelle sue orecchie, stando bene attento a mantenere lo stesso tono e lo stesso ritmo di parole fino a sentire il suo respiro farsi flebile e lento.

Alle dieci e trenta del mattino seguente, il metronomo finì la sua carica e la lancetta si fermò a metà della corsa. H rimase in silenzio per un attimo di fronte a quel corpo addormentato, fissandolo, aspettando il momento in cui Ulrich si fosse risvegliato e gli avesse spezzato il collo in un impeto di pazzia per poi di rimettersi a distruggere il mondo. Invece quel corpo iniziò a dissolversi. Dapprima la pelle divenne grigia, poi si formarono delle crepe sempre più fitte, e in pochi secondi collassò su se stesso in una nuvola di polvere grigiastra come se quel corpo fosse sempre stato fatto di cenere. Quel che rimase era un piccolo cumulo di braci fumanti, qualche costola che spuntava annerita e consumata, un pezzo di teschio sottile come un foglio di carta e una grossa perla nera nel centro. H cadde sulla sedia stremato, la sua fronte era coperta di sudore e sentiva le gambe pesanti come macigni. Poi si avvicinò alla cenere trascinando la sedia sul parquet e con due dita prese in mano quella grossa perla nera. Era pesante, e irregolare, un pezzo di metallo forgiato chissà quanti secoli prima in una fucina nel mezzo della Sassonia, sparato da un fucile a carica manuale. H ci soffiò sopra un paio di volte, lo lucidò sulla stoffa dei suoi pantaloni e poi se lo mise in bocca. Iniziò a cercare in giro qualcosa con cui mandar giù quel boccone amaro, trovò una bottiglia di vodka di infima qualità, ne prese un sorso e lo mandò dritto in gola insieme alla pallottola. Fu come prendere un’aspirina, solo che andò giù pesante nello stomaco facendogli un male boia.

La smorfia per il quella fitta durò poco, subito dopo si sentì bene come lo era stato solo parecchi anni prima. Prese il cappotto, la borsa, si mise il cappello in testa, poi spense in computer e se ne andò da quel logoro appartamento con un sorriso sul viso di chi sa che non morirà per un bel pezzo.

 

Fine