Il vecchio col cappello – racconto

IL VECCHIO COL CAPPELLOÈ una vita dura, ma qualcuno dovrà pur farla.

La mia sveglia è alle 4.00, non un minuto di più, non un minuto di meno, grazie alla mia prostata precisa come un orologio svizzero. La mia mise della mattina comprende: zoccoli di legno di rovere ai piedi, giusto per far incavolare il tizio al piano di sotto, dentiera in bocca e canottiera di lana sulle spalle come protezione da qualsiasi malattia o aggressione. A colazione mi concedo una caffettiera intera e quattro gallette dell’esercito del 1944 per cominciare la giornata con energia. Prima di uscire indosso solo tre maglie di lana, perché è giugno e si sta facendo caldo, camicia di flanella, giacca, pantaloni cachi, scarpe in pelle di mammut e il mio segno distintivo, quel tocco di classe che contraddistingue la mia generazione: il cappello stile coppola siciliana in poliestere con trama a quadri grigi. Ce l’ho dal 1981, mai cambiato.

La mia panda 750 è la meraviglia della meccanica degli anni ottanta, 34 cavalli di pura potenza, interni in vinile, vetri a manovella, cambio manuale testato fino alla terza marcia e l’immancabile impianto a metano. Il mio meccanico mi ha detto che mantenerla in funzione, tra manutenzione e pezzi di ricambio, mi costa molto di più di farne una nuova, ma non sono pronto ad abbandonare tutti i confort di questo bolide.

Prima tappa al bar. Colazione l’ho già fatta ma lì posso leggere i giornali… tutti quanti… e tutti sotto il mio bicchiere d’acqua rigorosamente di rubinetto. E poi di corsa a tuffarsi nel traffico.

In una mattina riesco ad intasare una media di nove semafori con il mio Pandino. Adoro il rumore del clacson di prima mattina. Avete fretta eh? Siete in ritardo per andare a lavoro? Bene! Suonate pure, io a più di venti chilometri orari non vado. E poi, è già tanto che mi muovo con il verde, figurati se mi azzardo a passare con il giallo.

La tappa successiva è la banca. Di fronte allo sportello riesco a dare sfogo a tutta la mia rabbia repressa chiedendo operazioni bancarie impossibili e non necessarie e inveendo nei confronti del malcapitato cassiere di turno con epiteti coltivati in anni di onorevole servizio alle ferrovie dello stato. Finito di sfogarmi esco da lì con una busta piena di spiccioli di rame. Vi chiederete a cosa possa servirmi una busta di spiccioli… lo capirete. Una passeggiata tra i cantieri della città è quello che ci vuole. Criticare il lavoro degli operai e mettere in dubbio l’utilità delle opere in fase di realizzazione è il mio personale modo per dare un contributo alla comunità, in fondo ho fatto il ferroviere una vita intera, questo mi rende praticamente un esperto di qualsiasi lavoro manuale.

Un caffè al volo, corretto con grappa e poi si va di corsa al supermercato. Adoro camminare per i corridoi con il mio carrello personale, quello sbilenco e con una ruota che emette il lamento di un’anima all’inferno. Lo tengo nel retro del parcheggio, nascosto tra i cassonetti, così non devo infilarci la moneta ogni volta. Giro per i corridoi fingendomi zoppo raccogliendo i numeretti usati del reparto gastronomia per poi andare a creare scompiglio al bancone. È divertente vedere litigare i clienti tra di loro, urlare e scannarsi per un pezzo di pane, mi ricorda la guerra. Preso il minimo indispensabile alla sopravvivenza, vado a fare la fila alla cassa numero quattro, sempre la stessa, la mia preferita. Dopo essere passato avanti ad almeno cinque persone, pago il conto con le monetine di rame appena ritirate dalla banca, contandole una per una con estrema attenzione. Il bancomat ce l’ho, è nel portafoglio, mai usato. Dietro di me, il caos.

È quasi ora di pranzo ma prima di andare a casa faccio in tempo a fare il giro della città per bloccare un po’ il traffico all’uscita delle scuole e anche a fare la fila alla posta un secondo prima della chiusura degli sportelli. È difficile trovare qualcosa da pagare ogni giorno ma fortunatamente esiste da anni un mercato nero appena fuori dall’ufficio postale in cui puoi trovare qualsiasi cosa: bollettini, vaglia, ricariche postepay. Pago con le mie monetine di rame di fronte allo sguardo impaziente e un tantino irritato del cassiere. È inebriante.

Pranzo veloce con un po’ di minestrina per rimanere leggeri, tre fette di formaggio, due uova sode, cinque pomodori freschi, una mela, caffè, grappino e mi concedo giusto cinque minuti di pennichella prima di andare dal medico di base. L’ambulatorio apre alle 16:00 e io alle 13:55 sono già lì a fare la fila. Il momento più bello della giornata. Godo di ottima salute, prendo giusto un paio di pillole per il colesterolo, ma ogni acciacco è una buona scusa per sedere in sala d’attesa. Amo ascoltare i problemi degli altri, le loro malattie, i dolori che li affliggono. Sono un vampiro che si nutre di malanni. A volte prendo appunti su un taccuino per ricordarmi i sintomi di malattie che non avrò mai ma che mi piacerebbe avere. Sì, lo so, è morboso, ma ognuno ha i suoi hobby. E poi non sono mica l’unico. Ogni giorno insieme a me ci sono i miei compagni di sala d’attesa. Maria, ottant’anni è specializzata in dolori reumatici. Antonio è sordo come una campana, ma non si da per vinto. Anna, bella donna di buona annata è la spacciatrice del gruppo, può rimediarti i migliori lassativi in commercio infilando la mano nella borsa. Ci ritroviamo lì ogni giorno ad aspettare il nostro turno, e ogni volta, proprio vicino alla fine dell’attesa, uno di noi passa avanti all’altro e iniziamo a litigare. Ogni santissima volta. E arriva di nuovo il caos. Ci divertiamo con poco.

Terminata la seduta a parlare di politica e di meteorologia con il dottore, faccio un salto in farmacia, e poi al distributore. Quando la gente ritorna a casa da lavoro è l’orario migliore per fare rifornimento. Scelgo il self service e ovviamente fingo di non essere capace di farlo. Metto cinque euro di benzina anche se la mia auto va a metano, e pago con quel che rimane della busta degli spiccioli di rame. Stanco, stremato vado alla stazione a leggere gli orari dei treni, sempre gli stessi, sempre uguali fin da quando lavoravo per le ferrovie. E poi, man mano che la tristezza si fa strada nello stomaco, ritorno a casa. Cena alla 18:30, lentamente, sperando che ogni boccone duri all’infinito. La sera è sempre più buia, e arriva sempre più in fretta, inesorabile. Mentre mi infilo da solo nel letto ripercorro ogni istante della giornata, ogni secondo e guardo la foto di mia moglie, morta quasi tre anni fa. Forse la sera sarebbe meno triste se ci fosse ancora lei. Lo so, a volte sono insopportabile, ma francamente non mi resta molto altro. Sono solo, sempre, ogni momento della giornata e pieno di rabbia. Nessuno mi cerca, nessuno mi vuole. Sono il vecchio col cappello, l’eroe che la città crede di non aver bisogno, ma che in fondo si merita.

Fine

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