Il Vampiro – racconto

il vampiro - racconto“E così tu saresti una specie di vampiro.” Disse la donna tenendo la sigaretta tra le dita della mano destra e l’accendino nella sinistra. La fiamma le illuminava il volto delicatamente mettendo in risalto la superficie liscia della pelle del viso. La metà del volto illuminata dalla fiamma aveva un’espressione quasi divertita. Cercava di non ridere ma gli angoli  della bocca le andavano irresistibilmente all’insù formando un sorriso soffocato che la rendeva ancora più attraente.

“La parola vampiro è stata molto abusata negli ultimi anni, tutti quanti si nutrono di qualcosa, tu ti nutri di carne rossa e vino, io invece mi nutro di emozioni, questo non fa di me un mostro ma solo un animale diverso”. La voce dell’uomo riempiva la stanza facendo vibrare gli oggetti di vetro, non che fosse potente ma aveva una frequenza che sembrava entrare in risonanza con quello che lo circondava, come il motore di una Cadillac tenuto al minimo, o come un ohm di un monaco tibetano.

“Mi sembra che la bistecca di stasera l’abbiamo mangiata entrambi, e mi pare che il vino ti sia piaciuto anche parecchio.” Disse la donna dopo aver inalato il primo respiro di tabacco, il più buono. Mentre pronunciava le parole, il fumo le usciva dalla bocca formando dei piccoli vortici appena al di sopra del labbro superiore. Ora che l’accendino era spento, la sola fonte di luce era quella dell’insegna a neon del motel che entrava dalla finestra, l’unica cosa che si riusciva a vedere di lei era la sua siluette in controluce, perfetta. Era seduta sulla poltroncina accanto al letto, con la gamba sinistra a cavallo del bracciolo, l’ombra del fumo che sopra di lei disegnava delle strane figure e quando inspirava, la brace sulla punta della sigaretta le illuminava la punta del naso. Era un vero spettacolo. L’uomo fece un lungo sospiro, poi lentamente spinse i pugni strisciando sul letto fino a mettersi in posizione seduta. Allungò il braccio e accese la lampada sul comodino dal lato in cui fino a pochi istanti prima era sdraiata lei. La luce era flebile, poco più potente di quella dell’accendino ma almeno si potevano parlare guardandosi negli occhi.

“È una cosa diversa…” Disse lui con lo stesso tono di prima, ma ora che il suo viso non era più nell’ombra si vedeva che la sua espressione era seria. “… ho smesso di trarre nutrimento dal cibo ormai da tanti anni. C’era la fame a quel tempo, quella vera, e il mio corpo si è adattato per sopravvivere. Provo ancora piacere nel cibo e nel vino, provo ancora ebrezza e sazietà, sento ancora i sapori come un tempo, ma non sono loro a tenermi in vita.”

Parlava come se fosse davvero convinto delle sue parole. Forse lo era, in fondo non era mica l’unico strambo che si era portata a letto. Di solito i più matti erano anche i più attraenti, c’era qualcosa nella follia che la faceva infuocare dentro. Di lui però non era solo la pazzia ad attrarla. La luce della lampada metteva in risalto il suo corpo. Non era muscoloso, degli addominali si vedeva appena un accenno ma le spalle erano abbastanza larghe da far pensare che avesse fatto parecchio sport da giovane. Per il resto era un uomo come tanti, un viso lungo e spigoloso, la barba incolta che scendeva sul collo fino a congiungersi ai peli del petto, i capelli erano perlopiù tutti al loro posto tranne una leggera stempiatura. Ma quegli occhi… quei cazzo di occhi sembravano aver visto il mondo intero. E scopava come un animale selvatico.

“Dimmi allora, raccontami, come è successo.” Gli chiese tirando un’altra boccata dalla sigaretta.

“Avrò avuto circa vent’anni, non mi ricordo molto, ormai è passato davvero troppo tempo. Vivevo con mia madre in una casa che sembrava uscita da una fiaba dei Grimm, ma non era una fiaba. Per niente. Nonostante ero in età da prendere moglie, mi ero preso l’impegno di badare a mia madre che stava morendo, e lo stava facendo ormai da parecchi anni. Il problema è che non c’era niente da mangiare. E non sto parlando della dispensa vuota, intendo che era una delle più grandi carestie di quella generazione. Il problema di quando hai fame è che sei debole e il problema di essere debole è che non puoi andare a cercare da mangiare. Pensare a questa cosa adesso fa quasi ridere ma ti giuro che non era affatto divertente. Attorno alla casa era tutto arido, morto, persino la nostra asina, un animale che ha sopportato il carico di non so quanti sacchi di avena da casa nostra al paese più vicino, in un giorno d’inverno si è accasciata a terra con le ossa che le spuntavano dal costato e la lingua penzolante e secca come corteccia, e ha esalato l’ultimo respiro. La sua poca carne ci ha sfamato per qualche giorno poi è finita anche quella. Mia madre peggiorava e soffriva, era un vortice di fame e sofferenza senza tregua fino a che mi chiese di porre fine alla sua vita. Lo avrebbe fatto per me, per permettermi di lasciare quella casa indegna e quella terra che ormai non dava più frutti. Ovviamente rifiutai, e mi arrabbiai per quello che mi chiese, poi capii che aveva ragione.

Era la notte più fredda di tutto l’inverno e tirava un vento gelido e violento che entrava dal camino e ululava come un animale in trappola. Entrai in camera sua in punta di piedi anche se quel rumore avrebbe coperto anche gli zoccoli di un cavallo. Non volevo che mi sentisse, volevo spegnerla nel sonno senza che si svegliasse, volevo farlo senza che mi guardasse negli occhi, e invece li aprì proprio mentre ero sopra di lei. Non era spaventata né triste, fece un sorriso e con le dita mi sfiorò il viso lentamente. Capiva cosa ero venuto a fare e ne era sollevata. Di sicuro una parte di lei era spaventata, lo era per forza, ma l’amore per me e la riconoscenza verso quello che stavo facendo vinceva su tutto. La guardavo ancora negli occhi quando affondai la lama nel suo petto. Penetrava con facilità come se fosse fatta di foglie secche e paglia e non smetteva di sorridermi. Strizzò gli occhi per un momento poi ritornò a guardarmi con fierezza. In quel momento sentii una specie di calore entrare in me direttamente da quello sguardo. Sentivo quello che sentiva lei, un miscuglio di sensazioni e emozioni talmente forti che non riuscivo a capirle a pieno ma che mi riempivano dalla punta dei piedi alla cima della testa. Allora capii subito che cosa stavo diventando e capii anche che il cibo e l’acqua non erano più importanti come prima. Dovevo rubare altre emozioni e sarei vissuto per sempre.”

La donna spense la sigaretta nel portacenere accanto alla lampada accesa, poi accavallò le gambe con un movimento fluido come se si muovesse a rallentatore. Non aveva un fisico perfetto ma per aver superato i trenta era soda come una statua del rinascimento. La pelle delle gambe, lucida e morbida non aveva imperfezioni, era scomparso anche il segno degli slip all’altezza dei fianchi ma dopotutto, dopo due ore di sesso era più che normale.

“Sembra che tu ci creda davvero.”

“Che intendi dire?” Chiese l’uomo infilandosi i jeans seduto sul bordo del letto.

“Tutta questa storia, la racconti come se fosse vera. La carestia, l’asino, la madre malata… di cosa stiamo parlando? Sembra una storia vecchia centinaia di anni.”

L’uomo rimase a guardare le gambe della donna seduto sul bordo del letto, aveva i gomiti poggiati sulle ginocchia e in quella posizione le scapole venivano fuori dal petto e sembrava il più muscoloso e possente.

“Sono più vecchio di quanto pensi.”

“E di quanti anni stiamo parlando, cento? Duecento?”

“A dirla tutta non lo so.”

La donna si mise a ridere scivolando sulla poltroncina. Una risata a denti stretti che sembrava un orgasmo.

“Cosa c’è di divertente?”

“Pensavo a tutte le cazzate che stai dicendo, mi sembra un modo originale per mentire sulla propria età, forse lo userò anche io uno di questi giorni.”

“Pensala come ti pare, sei tu che hai chiesto.” Rispose l’uomo gettandosi con la schiena sul letto. Da quella posizione poteva vedere il disegno a scacchi del soffitto e quell’orrendo lampadario in plastica che sembrava uscito dagli anni sessanta. Dopotutto era l’unico motel che era riuscito a trovare in quella cittadina dimenticata da Dio, non era il caso di fare gli schizzinosi.

“Hai ragione, ho chiesto io, e allora dimmi…” Disse lei cercando di assumere un’espressione seria e una posizione più ordinata sulla poltroncina, tenendo le gambe ben chiuse e le braccia ancorate ai braccioli. “…come funziona questa cosa? Praticamente succhi le emozioni con la bocca? O c’è una specie di passaggio di energia attraverso le mani?”

L’uomo continuava a stare sdraiato sul letto con il braccio a coprire la fronte e i piedi nudi appoggiati sul tappeto, fece una risata silenziosa poi spiegò con voce calma: “È difficile parlare di questa cosa. Dovendolo descrivere a parole è come una specie di empatia, serve creare un legame, anche debole, anche temporaneo, a quel punto basta uno sguardo per carpire ogni piccola emozione. Sento quella specie di energia fuoriuscire dai pori della pelle delle persone, e poi entrare nel mio corpo come una specie di vortice. Paura, dolore, felicità, piacere, ogni sensazione ha un proprio sapore, un proprio odore e ognuna di quelle sensazioni mi sazia in modo diverso. Non mi capita spesso di parlarne, non so perché lo sto facendo ora. Forse ho solo bisogno di sfogarmi.”

La donna sembrava essersi stancata di sentire queste storie, o forse si era solo stancata di stare seduta su quella scomoda poltroncina. Si alzò e fece un passo verso l’uomo, la luce ora la illuminava da dietro e la circondava di un alone arancione. L’uomo alzò un poco la testa infilando il braccio dietro la nuca giusto per godersi qualche istante di quell’ombra sensuale che si avvicinava.

“Dunque te ne vai in giro a far provare dolore alla gente o ti metti ad aiutare i poveri agli angoli della strada per nutrirti? Sei un vampiro buono o uno cattivo?” Mentre diceva queste parole la donna strofinava le ginocchia sui jeans dell’uomo.

“Ho fatto tanto del bene e anche tanto del male per nutrirmi, lo ammetto. Ho ucciso e ho curato, ho accudito e straziato. Le risate di un bambino, le lacrime di un vecchio seduto da solo su una panchina, la gioia di un abbraccio di una coppia che si rivede dopo tanto tempo, il dolore di un uomo colpito mortalmente e sa di dover morire, sono tutti ottimi pasti. Sono tutti bocconi prelibati in grado di sfamarti per giorni. Ho vissuto carestie, ho visto guerre. Nelle guerre c’è sempre un sacco di roba di cui potersi nutrire. Ho anche amato e fino in fondo, per anni, poi però mi ha stancato, come tutte le cose. Gli anni ti fanno capire i tuoi veri gusti.”

La donna ora stava salendo in ginocchio sul materasso. Con l’altra gamba disegnò un arco nell’aria fino a salire cavalcioni sul busto dell’uomo. Non c’era nessun vestito ad impedirle i movimenti, solo i jeans che portava lui, ora, erano un impiccio di cui disfarsi. Mentre armeggiava con la lampo, l’uomo continuava a parlare.

“Le donne, quelle sono la vera droga…” Disse mentre le carezzava i capelli. “…farle ansimare e sudare, farle gemere, sentire i muscoli contrarsi sotto i polpastrelli delle dita, sentire la pelle diventare calda come se prendesse fuoco. Quella è la fonte che rende veramente immortali. È quello che il genere umano ha sempre inseguito senza rendersene conto, il frutto di Ambrosia, il Santo Graal. Il piacere di una donna, quel momento in cui si ferma il mondo intero, quei sussulti e quelle grida che sembrano quasi di dolore quando arrivano all’apice, è la sola cosa di cui riesco a saziarmi a pieno. È quella la cosa di cui non posso fare a meno.”

Lei si muoveva lentamente ormai alle redini di una nuova corsa. Era andata avanti tutta la notte, ne voleva ancora e anche lui sembrava avere ancora le energie per poter sopportare un’altra battaglia.

“Sono anche io un vampiro, sai?” Disse la donna poggiando i palmi delle mani sul petto dell’uomo, sentendo i suoi battiti all’interno della casa toracica.

“Dimmi allora…” Disse lui mentre le afferrava i fianchi “… te di cosa ti nutri invece?”

“Di sangue.” Rispose lei senza smettere di muoversi. Quando tirò indietro la testa i denti le spuntavano da sotto le labbra come diamanti. I suoi muscoli si contrassero e un brivido le attraversò la schiena dal basso fino alla nuca. Poi morse l’uomo al collo tenendolo ancora ben stretto tra le gambe. Lui non provò nemmeno a divincolarsi. Spalancò solo gli occhi quando sentì i canini affondare nella carotide ma poi si abbandonò a quella sensazione.