Gertrude – racconto

gertrudeIn quella casa non abitava nessuno da almeno cinquant’anni. Stava in mezzo al quel piccolo bosco di querce vicino alla statale, era coperta per metà dall’edera e la gente non ci faceva molto caso quando passava lì di fronte. Apparteneva a una famiglia della zona, gli Smith, che si erano arricchiti con il tabacco negli anni trenta e poi avevano perso tutti i soldi per colpa delle multinazionali, nessuno sapeva che fine avevano fatto. Ora la casa era di proprietà della contea, figuriamoci se qualcuno si era prendeva la briga di buttarla giù.

Peter, Jason e Simon la guardavano dal finestrino della macchina ogni sabato, quando andavano in città a bere nei locali e a cercare di far colpo su qualche ragazza. Il paesino dove abitavano contava poco più di cinquecento abitanti e le poche donne della loro età erano come sorelle per loro. I tre ragazzi dovevano fare più di quaranta miglia per vedere qualche viso nuovo. Quella sera però Simon si era ubriacato di brutto e il buttafuori del locale sulla ventiquattresima li aveva scaraventati fuori dalla porta come tre sacchi della spazzatura. All’inizio l’idea fu di ritornare a casa, sconfitti per l’ennesima volta dalla città, poi Peter disse a Jason di fermare il pick-up.

«Vi va di dare un senso a questa triste serata?» Disse facendo capolino dal sedile posteriore. Simon ancora dormiva con la bocca aperta sul posto del passeggero. Jason tirò il freno a mano e guardò gli occhi eccitati di Peter.

«Che hai in mente?»

«La casa degli Smith.» Disse Peter indicando il tetto di legno marcio che spuntava tra gli alberi. Jason non si mise nemmeno a pensarci, prese la torcia dal cruscotto e scese dalla macchina. Peter svegliò il suo amico ubriaco con uno schiaffo sulla fronte e si catapultò fuori dall’auto.

Le assi alle finestre erano sporche di muffa e vernice spray, il tetto del patio era crollato e le radici degli alberi avevano sollevato l’angolo sotto al torrino tanto che a guardarla faceva girare la testa. A Simon, la casa sembrava uscita da uno di quei film anni ottanta, dove alla fine muoiono tutti quanti, barcollava seguendo la luce dei suoi amici appoggiandosi di tanto in tanto agli alberi e ripetendo: «Dove stiamo andando?…» e «…Che posto è questo?» Senza ottenere risposta.

La porta era bloccata con dei grossi chiodi conficcati nel legno per metà, ma i tre ragazzi ci misero quasi trenta secondi a scardinarla. Entrarono.

«Se uno di noi trova qualcosa di valore, si divide in tre.» Disse Peter mentre rovistava nei cassetti.

«Al massimo possiamo trovare qualche carcassa di topo o di procione.» Disse Jason.

«Che cavolo ci facciamo qui?» Continuava a ripetere Simon massaggiandosi le tempie. Jason aveva ragione, trovarono solo qualche carcassa di topo, qualche piatto rotto, un bicchiere e tanta polvere. Simon, confuso iniziò pure lui a rovistare negli armadi e fu il più fortunato, trovò una bottiglia di vino dall’etichetta ingiallita che riportava la data 1943. Se fosse stato furbo l’avrebbe fatta valutare in qualche negozio di antiquariato, ma non lo era e la aprì rompendo il collo contro l’angolo dell’armadio versandone quasi la metà. Il vino faceva schifo e sapeva di aceto ma conteneva comunque un po’ di alcol perciò andava bene per riaccendere la sbornia.

«Ragazzi, ho un’idea grandiosa.» Disse Peter prendendo in mano il bicchiere scheggiato che aveva trovato nella credenza della cucina. «L’ho visto fare in un film.»

Prese dalla tasca un pennarello e iniziò a scrivere sul legno del tavolo al centro della stanza una serie di lettere e numeri come quelli di una tastiera per computer. Gli altri lo guardarono come se fosse pazzo.

«Cercheremo di evocare uno spirito!» Enunciò con voce teatrale muovendo il pennarello come una bacchetta magica. I due amici scoppiarono a ridere ma dopo un paio d’insulti si misero a sedere attorno al tavolo.

«Spirito, se ci sei, se ti trovi in questa casa, muovi questo bicchiere, mostrati a noi.»

Silenzio. A parte Simon che era di nuovo ubriaco e non riuscì a trattenere la sua risata esplosiva.  Avrebbe fatto meno rumore se avesse avuto un petardo in bocca.

«Hey Simon, almeno passala.» Disse Jason strappando la bottiglia dalle sue mani e prendendo un paio di grosse sorsate. «Ma che brodaglia è questa?» Disse sputando metà del vino sulle lettere.

Peter, arrabbiato per non essere stato preso sul serio, tirò via la bottiglia da Jason e se ne versò quasi un quarto in bocca, trattenne un paio di colpi di tosse e poi mandò giù quel vino amaro tutto in una volta cercando di non vomitare sul tavolo. Poco dopo si misero tutti e tre a ridere. Seduti lì, in quella stanza buia a fare una seduta spiritica con un bicchiere rotto tracannando vino vecchio di settant’anni. Sarebbe stato meglio se fossero rimasti a casa quella sera, stavano pensando tutti e tre.

Poi qualcosa si mosse. Lo percepirono nello stesso momento, ma nessuno ne era sicuro e non osarono dire niente. Successe di nuovo, ma questa volta i ragazzi lo videro bene. Il bicchiere si era mosso dalla lettera B alla lettera E.

«Lo avete visto pure voi vero? Non sono così ubriaco, quel coso si è mosso.» Simon sgranò gli occhi nel buio.

«Non scendiamo a conclusioni affrettate, potrebbe essere stato il pavimento in pendenza o una folata di vento.» Disse Jason.

«Non fare l’idiota, non c’è vento qui dentro, qualcuno vuole comunicare con noi, mi sembra chiaro.»

Peter era sempre stato il capo tra di loro e nelle situazioni di pericolo fin da quando erano piccoli, quello che risolveva le i problemi ma anche quello che se li andava a cercare. Gli altri non sapevano se dargli ragione. Se ne stavano fermi, impietriti.

E poi il bicchiere si spostò di nuovo verso la lettera N.

«Oddio, Oddio, Oddio!» Urlò Simon. Di nuovo V poi E, N, U. «Benvenuti!» Peter ci arrivò per primo, era il più sveglio, non c’erano dubbi.

«Ci sta dando il benvenuto, mi pare amichevole.»

«Meno male, almeno questo, me la sto letteralmente facendo nei pantaloni.» Disse Jason sospirando mentre lasciava la presa della mano di Peter. Ormai l’orgoglio di tre ragazzi spavaldi era stato messo da parte per far spazio alle insicurezze di tre bambini.

«Dicci spirito…» Peter utilizzava la stessa voce teatrale di prima, esagerata tanto da sembrare un attore shakespeariano. «…qual è il tuo nome?»

Il bicchiere si mosse ancora tintinnando.

Le lettere sfiorate dal bicchiere formarono la parola GERTRUDE.

«Bene, un nome carino, mi aspettavo qualcosa di più minaccioso. Dicci Gertrude, perché ti sei messa in contatto con noi?»

«Secondo te è il caso di continuare?»

«Cosa c’è che non va?»

«Ma non li vedi i film?» Simon aveva la mente annebbiata ma percepiva qualcosa di grottesco, prese la bottiglia e bevve un altro sorso.

Le lettere illuminate dalla torcia a batteria continuavano a muoversi in fretta tanto che Peter riusciva a seguirne il percorso con difficoltà, le leggeva una a una a voce alta mentre gli altri due ascoltavano tremando.

SOLITUDINE diceva Gertrude con quel bicchiere scheggiato.

«Si sente sola, perfetto, un fantasma che soffre si solitudine, non chiedevamo altro.»

«Zitto Jason, ti sembra il caso di prenderla in giro?»

«Cercavo solo di sdrammatizzare, non mi aspettavo certo di conversare con una morta oggi. Che dovrei fare? Offrirle da bere?» Mentre i tre finivano di scolarsi la bottiglia per vivere con più tranquillità la situazione, il bicchiere continuava a scorrere sul tavolo a ogni domanda pronunciata da Peter.

«Gertrude, perché non te ne vai da qui? Perché non vai in paradiso… nell’aldilà, o dovunque se ne stanno quelli come te?» Chiese con sempre maggiore scioltezza, forse grazie all’alcol.

CASA PRIGIONE rispose lo spettro con tutta la potenza di una manciata di lettere messe in fila.

«Ragazzi, qui si sta parlando d’infestazione! Poltergeist! Questa è una vera casa dei fantasmi altro che effetti da luna park, quest’abitazione ha imprigionato l’anima di una donna, e noi siamo qui ad assistere a tutto questo, vi rendete conto?»

«Peter, non gasarti così tanto, ho un brutto presentimento.» Jason iniziava a stancarsi di quella storia, mentre Peter non poteva fare a meno di andare fino in fondo, era troppo eccitato. Simon invece stava facendo cadere le ultime gocce di vino direttamente in gola. Ora era più ubriaco di prima e se si fosse presentato di fronte ai suoi occhi Napoleone in persona non lo avrebbe nemmeno visto.

«Sentite ragazzi, gli faccio un altro paio di domande e ce ne andiamo. Lo giuro.» Disse Peter. «Gertrude, dicci, c’è un modo con cui tu possa andartene da qui?»

UNO rispose l’entità.

«Cosa?» Peter ormai stava sostenendo la conversazione con Gertrude da solo.

MORIRE comparve fra le lettere scarabocchiate.

Ci furono alcuni istanti di silenzio, i tre ragazzi stavano trattenendo il fiato fissando il tavolo.

«Ok, io me ne vado.» Jason stava per alzarsi ma Peter lo fermò per il braccio. «Stai tranquillo Jason, probabilmente abbiamo letto male, il bicchiere scorre troppo veloce.»

Il bicchiere riprese a roteare sul tavolo, MORIRE continuava ad apparire tra le lettere senza sosta. «Ok, forse la parola è quella, ma come pensi possa fare? Non ho visto grosse manifestazioni, non credo che il fantasma possa fare altro che muovere quel dannato bicchiere tra le lettere, credi forse che ci voglia ammazzare a colpi di noia?» Peter ostentava fin troppa sicurezza.

«Peter, non sono abbastanza ubriaco per continuare questo gioco, sta diventando pericoloso» disse Jason liberando il braccio con uno strattone.

«Andiamo, Jason! Non c’è nessun pericolo, ammetto che la situazione è sconvolgente, ma quando ci ricapiterà di parlare con un fantasma?»

«Ci vuole morti!»

«E allora? Ascolta, è un fantasma intrappolato in una casa abbandonata da almeno mezzo secolo, è normale che provi un po’ di rabbia ma se voleva ucciderci e se avesse potuto farlo, lo avrebbe già fatto, non credi?» Peter sentiva il cuore battere all’impazzata ma si stupiva del suo sangue freddo e di aver azzeccato tutti i verbi. Il suo amico lo guardava con aria di sfida.

«Gertrude, dicci, che cosa vuoi fare? Ucciderci?» Chiese voltando gli occhi al soffitto

SI ripsose il bicchiere

«E come pensi di fare?» Chiese di nuovo Peter allargando le braccia

IL VINO rispose Gertrude. Jason e Peter guardarono la bottiglia vuota poggiata sul tavolo, il loro amico Simon teneva la testa sul piano di legno, sembrava dormire. Poi il buio.

 

Quando Gertrude uscì dalla casa andando in direzione di quella luce bianca, i tre ragazzi giacevano attorno a quel tavolo, immobili nel buio più totale. La casa le aveva richiesto un’anima in cambio della libertà e ne aveva ricevute ben tre. Di sicuro i ragazzi avrebbero fatto una scelta migliore se fossero rimasti a casa quella sera.

 

Fine