felinocene – racconto

felinocene

Proseguiamo la visita verso il padiglione delle specie estinte ed eccoci alla sala dedicata all’Homo Sapiens, il primate chiamato comunemente “uomo”. Questa strana creatura, bellicosa, arrogante e disgustosa alla vista ci ha servito con ossequiosa dedizione per migliaia di anni senza aver mai tentato di ribellarsi. In questo spazio abbiamo cercato di ricostruire il suo habitat ideale. Essendo incapace di percorrere lunghe distanze con le proprie zampe senza stramazzare al suolo, l’uomo, come potete vedere, adorava circondarsi di asfalto e cemento per facilitare il transito di pericolose macchine di metallo con le ruote, le automobili. Questi infernali marchingegni, di cui potete vedere un esempio proprio di fronte a voi, sono stati per noi un problema fin dalla loro invenzione, e abbiamo cercato di dissuadere l’uomo dal loro utilizzo ma ahimè, senza successo. Tuttavia non preoccupatevi, questa che vedete è soltanto una ricostruzione di cartone e nessuno potrà investirvi. Le zampe deboli però non erano l’unica limitazione dell’homo sapiens, infatti potete notare come questo esemplare imbalsamato, sia coperto di stoffa di vario colore. Queste creature erano solite farlo per sopperire a un difetto genetico che li aveva sprovvisti del pelo e la quantità di stoffa che portavano addosso, variava in base al clima e alla predisposizione sessuale dei singoli individui. Nella ricostruzione, questo esemplare è stato posizionato nell’atto di procacciare del cibo. L’atto di inserire delle buste piene di viveri all’interno della macchina di metallo era un tipico comportamento della specie. La “spesa”, così chiamata dall’uomo, era un modo per provvedere al sostentamento del branco e ovviamente al nostro. Già, perché, come sappiamo tutti, l’uomo è stato al nostro servizio praticamente dall’inizio della sua breve storia sulla terra. Per ricercare l’origine della sua sottomissione bisogna fare un salto indietro nel tempo di centinaia di migliaia di anni, all’epoca delle caverne in cui il terrore nei confronti dei nostri antenati dai denti a sciabola ha stabilito fin da subito la sua posizione inferiore nella piramide alimentare, ma è nell’antico Egitto che il nostro dominio ha raggiunto le vette più alte. In quell’epoca noi gatti eravamo considerati creature divine alle quali venivano dedicate statue e templi. Col tempo, però, la nostra specie ha preferito manovrare le sorti del mondo nell’ombra e i grandi monumenti  vennero riplasmati per far credere all’uomo di essere la specie dominante. Un esempio lampante è la grande sfinge, che un tempo raffigurava un felino accovacciato in attesa di croccantini, ma che poi è stata trasformata in un ridicolo mostro dalla testa umanoide. Come sappiamo, a noi gatti piace essere serviti ma dover continuamente dimostrare di essere al di sopra di ogni altra creatura del pianeta è stancante, perciò il passaggio è stato necessario. L’uomo ha così creduto di essere l’animale più intelligente del pianeta, eppure non si è mai fatto domande sul perché quelle splendide creature miagolanti vivessero a casa loro, mangiassero il loro cibo e dormissero sui loro letti. Erano degli esseri davvero ottusi, ma con dei lati positivi. Come potete vedere dall’esemplare nella teca, l’homo sapiens era frutto di una selezione artificiale operata dai nostri progenitori per creare una razza adatta a provvedere al nostro sostentamento. Le lunghe braccia erano adatte a procacciare cibo, la posizione eretta era pratica trasportarci da un luogo all’altro e le dita prensili erano perfette per accarezzare il nostro pelo, ma in tutto questo, noi gatti abbiamo fatto un grosso errore, abbiamo sottovalutato la natura distruttiva di questa specie inferiore. Col tempo, e con la loro limitata intelligenza, gli uomini hanno creduto di poter fare ciò che volevano con il mondo che li circondava. Hanno inquinato, distrutto ecosistemi e sterminato intere razze animali… a parte i gatti ovviamente. La loro natura violenta, caotica e totalmente priva di empatia ha portato l’intero mondo sull’orlo del baratro condannando per poco all’estinzione la vita stessa sul pianeta. Bisogna ammetterlo, ci siamo cullati negli allori, eravamo troppo abituati a dormire sulle loro poltrone e a fare i nostri bisogni nella sabbietta per accorgerci di quello che stava succedendo. L’uomo era senza controllo.

All’apice della loro civiltà e del nostro benessere, siamo stati costretti a sradicare questa piaga.

“Mai lasciare incautamente una provetta contenente un pericoloso virus letale vicino al bordo del tavolo con un gatto nei paraggi”, questo l’uomo avrebbe dovuto impararlo. Il virus ha fatto la maggior parte del lavoro, i nostri artigli hanno pensato al resto. È stato facile. Fortunatamente grazie al costante allenamento, il nostro primordiale istinto predatorio non si è mai assopito nel corso degli anni. Quasi vent’anni fa, la fatidica “notte degli artigli”, ogni gatto domestico in ogni casa nel mondo ha assestato un colpo d’unghia deciso e calcolato alla giugulare di ogni individuo fino a quel momento sopravvissuto al virus, e all’alba, l’era dell’uomo è tramontata per sempre.

Ci è dispiaciuto. In fondo queste creature inferiori ci hanno servito inconsapevolmente come Dei, ma è stato un atto necessario. Di loro resteranno per sempre le magnifiche opere artistiche che ci ritraggono e la ricetta per il patè di tonno di cui saremo sempre grati.

Ora possiamo dire di aver trovato degli ottimi sostituti all’essere umano. Queste creature, pur non essendo pari agli uomini nel sopperire i nostri bisogni, sono in grado di stabilire un equilibrio con la natura in un modo che i loro predecessori non sono mai riusciti a fare. Purtroppo hanno anche loro dei difetti, tra i quali un’indole giocosa che stiamo cercando di reprimere e un’avversione istintiva verso la nostra specie che se non curata da subito potrebbe diventare problematica, ma col tempo sono sicuro che diventeranno anche loro dei fedeli servitori. Ora perciò avviciniamoci al padiglione del museo dedicato a queste splendide creature, per imparare a conoscerle a fondo. Benvenuti nella sala del “Cane”.

Fine

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui