Non fidatevi delle rotatorie – racconto

non fidatevi delle rotatorie

Non fidatevi delle rotatorie! Le rotatorie sono state inventate dai poteri forti per soggiogarci, per farci girare in tondo nella nostra vita da schiavi lobotomizzati del sistema.

Io so bene di cosa sto parlando.

Ero un autista dell’Umbria Mobilità, guidavo la navetta che da Sant’Eraclio portava in centro storico e mi hanno cacciato per il mio punto di vista perché, a sentir loro, usciva troppo fuori dagli schemi. Fidatevi di me, questa è una dittatura ciclabile! Questa storia dei segnali stradali, dei limiti di velocità e quant’altro è solo una scusa per controllarci, per abituarci allo status di servi del sistema. Ma non preoccupatevi, siete ancora in tempo a svegliarvi dal torpore mentale. Sapete, ero anche io uno come voi, uno che seguiva le regole e guidava con prudenza per le vie della città rispettando la segnaletica, poi un giorno, ho visto un video su internet che mi ha cambiato la vita. Nel video facevano dei test a persone qualunque, persone come voi o come me a cui è stato fatto il lavaggio del cervello fin da bambini. Queste cavie venivano messe di fronte a un semaforo in sella a una bici e bastava che si accendesse una luce rossa che loro, di colpo, si fermavano. Se invece si accendeva una luce verde, iniziavano a pedalare come automi. Sembravano dei cani da caccia addestrati. Poveretti, la loro mente era completamente soggiogata da questo riflesso condizionato. Di colpo mi sono reso conto di esserlo anche io…

CONTINUA A LEGGERE —>

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui

felinocene – racconto

felinocene

Proseguiamo la visita verso il padiglione delle specie estinte ed eccoci alla sala dedicata all’Homo Sapiens, il primate chiamato comunemente “uomo”. Questa strana creatura, bellicosa, arrogante e disgustosa alla vista ci ha servito con ossequiosa dedizione per migliaia di anni senza aver mai tentato di ribellarsi. In questo spazio abbiamo cercato di ricostruire il suo habitat ideale. Essendo incapace di percorrere lunghe distanze con le proprie zampe senza stramazzare al suolo, l’uomo, come potete vedere, adorava circondarsi di asfalto e cemento per facilitare il transito di pericolose macchine di metallo con le ruote, le automobili. Questi infernali marchingegni, di cui potete vedere un esempio proprio di fronte a voi, sono stati per noi un problema fin dalla loro invenzione, e abbiamo cercato di dissuadere l’uomo dal loro utilizzo ma ahimè, senza successo. Tuttavia non preoccupatevi, questa che vedete è soltanto una ricostruzione di cartone e nessuno potrà investirvi. Le zampe deboli però non erano l’unica limitazione dell’homo sapiens, infatti potete notare come questo esemplare imbalsamato, sia coperto di stoffa di vario colore…

CONTINUA A LEGGERE —>

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui

15 minuti – racconto

15 minuti

L’uomo arrivò nello studio alle 18:15. Era quindici minuti in ritardo, ma in fondo, era lì per quello. Aveva il fiatone, i vestiti stropicciati e grandi macchie di sudore sotto le ascelle che si vedevano attraverso la camicia.

<Mi scusi> disse.

<Si figuri, si accomodi pure, vediamo di recuperare il tempo perso.> Rispose la dottoressa con la calma che aveva consolidato in anni e anni di esperienza nel mondo della psichiatria. L’uomo tentò di darsi una rassettata, si sistemò i capelli su un lato e mise gli occhiali da vista nel taschino della giacca. Poi si stese sul divano poggiando i piedi sul bracciolo di pelle nera.

<Non mi pare di averle detto di stendersi, e di sicuro non le ho consigliato di poggiare le scarpe sul divano, si metta comodo ma tenga comunque conto di essere nello studio di una professionista.>

<Ha ragione, sono un vero maleducato, è stata una giornata molto frenetica come può ben immaginare. Il livello di stress che ho accumulato in questi anni di ritardi mi porta a fare le cose senza pensare.>

CONTINUA A LEGGERE —>

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui

il Castello – racconto

il castello - racconto

Avete presente quel posto dove andavate sempre quando eravate bambini per stare soli? Tipo la casetta sull’albero, l’angolo di prato nascosto dietro casa, lo stanzino delle scope o qualsiasi altro luogo reale o immaginario dove potevate stare in santa pace? Bè, per me era la soffitta di casa mia. All’epoca, io e la mia famiglia abitavamo in un terracielo di tre piani nella zona popolare di Via Montefalcone, proprio di fronte al Macellaio. Era una vecchia casa schiacciata tra due palazzi più alti con problemi di muffa e piena di scricchiolii. Aveva delle scale talmente ripide che ti facevano passare la voglia di andare al piano superiore. Poi, il quartiere dove si trovava non era dei più tranquilli, soprattutto di notte, visto che non c’erano nemmeno i lampioni, ma anche di giorno era raro vedere qualche ragazzino giocare a pallone per la strada. Aggiungiamo anche il fatto che non ero per niente un ragazzino socievole e capirete come mai, in quella soffitta, ci stavo così tanto tempo. Avevo la mia cameretta al secondo piano, ma la soffitta mi piaceva di più, prima di tutto perché i miei non ci mettevano piede visto che per andarci bisognava tirar giù la scala retrattile e procedere a tentoni fino a trovare l’interruttore della luce, e poi, lassù, c’erano un sacco di cose meravigliose. C’erano vecchi vestiti, un baule pieno di cianfrusaglie di guerra di mio nonno, gli attrezzi da lavoro di mio padre che non usava mai e gli addobbi di natale, che mi ricordavano il periodo più bello dell’anno. Col tempo l’avevo riempita di cose mie come giocattoli, fumetti, ma anche roba raccattata per strada che mia madre non voleva tenessi in casa, come una ruota di una bici, lo scheletro di un cane, il cappello di un vigile urbano con un foro proprio al centro –ve l’ho detto che non era una zona tranquilla–, e tante altre cose. In quella soffitta però, non ci andavo solo quando ero a casa, mi ci rintanavo con la mente anche quando mi trovavo fisicamente a scuola.

Ero un bambino piuttosto silenzioso, ma era dovuto più che altro dal fatto che non riuscivo a tirar fuori mezza parola senza balbettare. Mi succede ancora qualche volta quando sono nervoso ma ha smesso di essere un problema. Da piccolo invece, più balbettavo e più mi agitavo, e più mi agitavo e più balbettavo. Insomma, balbettavo di brutto, e potete immaginare in una scuola di un quartiere come quello, cosa volesse dire tartagliare in quel modo. Non mi hanno mai ficcato la testa nel water come nei film, ma di botte ne ho prese un sacco, così ho iniziato a rifugiarmi nella soffitta nella mia testa. Lì c’erano i miei fumetti, le mie cianfrusaglie, nessuno mi trattava da stupido e mi sentivo bene. Ho iniziato a prenderci gusto e mi sono ritrovato ad andarci in continuazione, anche durante le ore di lezione…

CONTINUA A LEGGERE —>

per altri racconti clicca qui

L’isola del Centro Commerciale – racconto

l'isola

Questa è la triste storia di un eroe. 

Quando arrivai alla panchina c’erano già tre uomini seduti e mi fissavano come se avessero visto arrivare l’ennesimo condannato al patibolo. In mano avevo una busta della spesa del supermercato con dentro la cena di quella sera e le crocchette per il gatto. 

<Negozio di biancheria intima?> Mi disse l’uomo più grosso, seduto al centro della panchina. Io annuii.

<La mia è in erboristeria.> Continuò senza sollevare lo sguardo dal giornale. 

<La mia è in profumeria.> Disse il tizio magro vicino alla fontanella, era giovane ed era chiaro che non capiva a pieno cosa stava succedendo, forse si era sposato da poco oppure era soltanto fidanzato. L’ultimo, un uomo anziano dall’aria trasandata si avvicinò a me e iniziò a sbirciare dentro la mia borsa della spesa senza farsi troppi scrupoli. 

 

CONTINUA A LEGGERE —>

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui

il Primo Contatto – racconto

 

 

 

il primo contattoNella storia dell’umanità, il primo contatto, e ahimè l’ultimo, con una civiltà extraterrestre avvenne verso la fine del 2019. La delegazione di alieni proveniva da un piccolo pienetucolo roccioso situato nei pressi della stella Trappist a una quarantina di anni luce dal sistema solare. Scelsero di intraprendere il lungo e costoso viaggio verso il nostro pianeta a seguito di lunghi ed accurati studi basati sui segnali radio provenienti dalla terra.Considerando la scarsa velocità delle onde radio di appena trecentomila chilometri al secondo e la distanza siderale che separava le nostre civiltà, a Trappist era appena arrivato il segnale tv della seconda stagione de “il mio amico Arnold” insieme alla quarta de “la casa nella prateria” e alla quinta della divertentissima serie “i Jefferson”…

CONTINUA A LEGGERE —>

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui