La Missione – racconto – Parte 3

la missione - raccontoParte 3

A svegliarmi è stato il rumore del cane di un fucile. Quando ho aperto gli occhi vedevo soltanto il buio in fondo alle canne dell’arma, tutt’intorno era solo luce. Poi l’ho visto, quell’uomo, uno di quelli che ieri stava cospirando in segreto alle mie spalle, era in piedi di fronte al mio letto. Perché non mi aveva sparato, perché se ne stava lì impalato a puntarmi l’arma? La sua bocca continuava a ripetere “Wampa… Wampa” come se stesse delirando. Non riesco a capire, si muove troppo in fretta, si esprime troppo velocemente in quelle strana lingua per poter capire qualcosa. “Wampa” continua a ripetere con maggiore forza, poi mi accorgo che sta indicando l’entrata della tenda. Oltre, l’accampamento è diventato una specie di ospedale da campo. Quelli che sono rimasti, sono malati, quelli che stavano bene se ne sono andati. Mi alzo con movimenti lenti. Non sono affaticato né sento brividi o febbre, ma la mia testa è come rallentata rispetto a tutto il resto. E poi questo caldo… questo maledetto caldo che mi toglie il fiato, non riesco a sopportarlo. “Wampa” continua a ripetermi l’uomo dalla pelle scura e sudata spingendomi il fucile sullo zigomo. Ho capito cosa vuole, crede che sia io la causa di tutto e crede che possa farli stare tutti di nuovo bene. Non posso purtroppo, vorrei tanto avere le facoltà per guarirli, ma non le possiedo. Continua a spingermi con il fucile e io non posso fare altro che indietreggiare cadendo dalla branda e arrancando come un animale in trappola. Disarmarlo non mi è possibile, i suoi movimenti sono troppo veloci, è come se fossi intorpidito, come se la mia mente e il mio corpo andassero ad una marcia diversa dal mondo intorno a me. Indietreggiando sbatto con la schiena sul tavolo, non posso andare oltre, spingo la testa sul piano in legno per rifuggire dall’arma, poi qualcosa cade a terra. La pietra, quella grossa pietra verde portata da Gotobi, cade dallo scrittoio spaccandosi in due. All’interno quel verde è più acceso, quasi lucente. In quel momento, l’uomo si allontana, stacca il fucile dal mio viso e si piega cercando di chiudere la testa tra le spalle come se lo avesse investito un suono tanto potente da far male.

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