15 minuti – racconto

15 minuti

L’uomo arrivò nello studio alle 18:15. Era quindici minuti in ritardo, ma in fondo, era lì per quello. Aveva il fiatone, i vestiti stropicciati e grandi macchie di sudore sotto le ascelle che si vedevano attraverso la camicia.

<Mi scusi> disse.

<Si figuri, si accomodi pure, vediamo di recuperare il tempo perso.> Rispose la dottoressa con la calma che aveva consolidato in anni e anni di esperienza nel mondo della psichiatria. L’uomo tentò di darsi una rassettata, si sistemò i capelli su un lato e mise gli occhiali da vista nel taschino della giacca. Poi si stese sul divano poggiando i piedi sul bracciolo di pelle nera.

<Non mi pare di averle detto di stendersi, e di sicuro non le ho consigliato di poggiare le scarpe sul divano, si metta comodo ma tenga comunque conto di essere nello studio di una professionista.>

<Ha ragione, sono un vero maleducato, è stata una giornata molto frenetica come può ben immaginare. Il livello di stress che ho accumulato in questi anni di ritardi mi porta a fare le cose senza pensare.>

<lo immagino.> Rispose la dottoressa sforzandosi di non alzare lo sguardo al cielo. <Partiamo dall’inizio, come è cominciato questo disturbo?>

<Bè, da quello che so è cominciato da quando sono nato. In ospedale erano tutti pronti al mio arrivo, mio padre aveva comprato una telecamera nuova per immortalare l’evento. La dilatazione, era perfetta, le contrazioni erano scandite come un cronometro e i medici avevano detto che sarei venuto fuori alle otto in punto. Invece… ci ho messo quindici minuti in più. Si vede bene dal filmato di mio padre, in quel quarto d’ora di girato si vede solo mia madre con le gambe spalancate che aspetta che io esca fuori, si sentono degli sbadigli in sottofondo, qualche colpo di tosse, le infermiere in evidente stato di imbarazzo e il medico che guarda l’orologio passeggiando su e giù per la sala parto. Quindici minuti di noia. Poi eccomi spuntare urlando al quindicesimo minuto di estenuante attesa. Da lì in poi non sono mai arrivato puntuale in vita mia.>

La dottoressa smise di disegnare ghirigori sul suo taccuino e squadrò l’uomo dalla testa ai piedi.

<Mi sta dicendo che questo “ritardo cronico” ce l’ha fin dalla nascita?>

<È ben più di un disturbo dottoressa. Io vivo in una dimensione spostata di quindici minuti avanti rispetto al mondo intero.>

<Una dimensione? Si spieghi meglio.> La dottoressa iniziò a provare un certo interesse per quello strano ometto. I suoi occhi spalancati e quel modo nervoso di muovere le dita avevano qualcosa che andava oltre il semplice disturbo maniacale.

<Ogni giorno mi sveglio 15 minuti esatti dopo che la sveglia ha già suonato. Faccio colazione con una tazza di the tiepido, perché ovviamente il bollitore a tempo si è spento da un pezzo, faccio una doccia fredda perché la caldaia non riesce a scaldare abbastanza acqua troppo a lungo, poi prendo la macchina di corsa per andare a lavorare. Il viaggio verso l’ufficio è un vero percorso ad ostacoli. Nella mia dimensione temporale, i semafori verdi sono già scattati da un pezzo e quelli rossi sono diventati verdi da un bel po’, perciò mi ritrovo a fermarmi e ripartire sempre nel momento sbagliato creando tutte le volte ingorghi e incidenti per tutta la città. Arrivo a lavoro ovviamente in ritardo di quindici minuti ogni giorno. Ho cambiato posto di lavoro ventitré volte in tre anni per questo motivo. Dove mi trovo ora, a parte qualche lamentela, sono abbastanza comprensivi nei confronti del mio disturbo, ma so che non durerà a lungo. Il problema è per la consegna dei lavori, che salto di quindici minuti ogni volta e di solito non riesco a partecipare nemmeno alle riunioni giornaliere. Durano appena dieci minuti, ma io mi ritrovo sempre ad arrivare quando se ne sono già andati tutti da un pezzo. L’unica cosa positiva è che esco dall’ufficio quindici minuti più tardi degli altri, cosa che piace molto al mio capo ma che mi ha escluso ogni tipo di socializzazione con i miei colleghi di lavoro. Niente aperitivi di fine serata, niente caffè in compagnia, così me ne torno a casa da solo, mangio la mia cena bruciacchiata, mi vedo un film già iniziato da un quarto d’ora e mi rimetto a letto.>

La dottoressa ormai era rapita dal racconto surreale. L’uomo non mentiva, ne era sicura, sapeva riconoscere perfettamente lo sguardo di un uomo che vuole solo attirare attenzioni, il disagio era reale, ma non c’era niente del genere in tutti i libri che avesse mai letto nella sua carriera.

<Ha provato a svegliarsi prima? Magari rinunciando a qualche ora di sonno, in modo da fare le cose con calma?>

<Ma certo che ci ho provato. Niente da fare, ho provato anche a svegliarmi in piena notte ma il risultato è che oltre ad arrivare in ritardo ad ogni appuntamento, mi ritrovo stanco e assonnato. Forse non ha ben chiara una cosa. Non è una questione di volontà, darei tutto l’oro del mondo per arrivare puntuale almeno una volta, ma non dipende da me, è il tempo che viaggia spostato di quindici minuti rispetto a me. Non posso far altro che corrergli dietro.>

<E mi dica, ha detto che era così fin dalla nascita, ma i suoi genitori non l’hanno aiutata in nessun modo?>

<Ci hanno provato, mi creda, ma non c’è stato niente da fare, non c’era niente e nessuno che potesse farmi scendere dal letto prima di quindici minuti dal suono della sveglia, non sono mai riuscito a prendere il pullman in tempo nemmeno una volta e nonostante i miei genitori si sforzassero di accompagnarmi a scuola ogni santo giorno, mi ritrovavo ad entrare in classe ogni giorno un quarto d’ora dopo il suono della campanella. Non ho mai consegnato un compito in classe in tempo, e pure la pausa per la colazione a metà mattinata l’ho sempre mancata per colpa di quei maledettissimi quindici minuti. All’inizio, sa, pensavano fossi ritardato, poi hanno capito che ero solo ritardatario. Crescendo poi è diventato sempre più difficile. Nella mia vita, dottoressa, non mi è mai capitato di arrivare in tempo in nessuna occasione. Con le ragazze a volte è andata bene, e sono anche andato vicino al poter sposare una bella ragazza, ma il giorno delle nozze, quando sono arrivato all’altare, lei era già andata via, stufa di dovermi aspettare anche in quel giorno. La mia vita, mi creda, è il caos.>

Nello studio cadde un triste silenzio di rassegnazione. La dottoressa non sapeva proprio cosa dire, non c’era una cura possibile per questo tipo di problema. Fosse stato schizofrenico o bipolare, sarebbe stato tutto molto semplice, ma questo… non esisteva nemmeno un nome per un disturbo di questo genere.

L’uomo prese i suoi occhiali da vista dal taschino della giacca, senza dire niente. Se li mise sapendo che, anche in quel caso non avrebbe trovato una soluzione. Ci aveva provato un’altra volta, ma probabilmente sarebbe stata l’ultima. Tanto valeva rassegnarsi e provare a vivere come sempre. Guardò l’orologio a pendolo in fondo allo studio. Il quadrante segnava le 19:15.

<Ho fatto perdere tempo anche a lei.> Disse indicando l’orologio.

<Non si preoccupi, quel coso non segna l’ora giusta, mi dimentico sempre di rimetterlo.>

A quel punto, l’uomo alzò la manica della giacca. E guardò confuso il suo orologio da polso. Segnava le 18:59.

<Mi sta dicendo che non abbiamo fatto tardi?>

<No, signore, come le ho detto, questo pendolo non va bene, devo farlo riparare, ogni tanto va qualche minuto in avanti.

L’uomo a quel punto fece un salto in aria gridando come un pazzo.

Nella mente della dottoressa iniziarono ad affollarsi termini medici come crisi isterica, attacco convulsivo, e cose del genere, ma poi l’ometto la baciò dritta in bocca, e lei non riuscì ad evitarlo in nessun modo.

<Grazie! Grazie!> disse ad alta voce. I suoi occhi non erano più spalancati in un costante stato di ansia ma trasmettevano una gioia infinita.

<Lei mi ha guarito!>

<Ma io non ho fatto niente, è stato solo un caso…>

<Un caso? Ma lei è un genio! Un genio!> E se ne andò, allo scoccare delle 19 in punto.

Fine

in collaborazione con:

download

per altri racconti clicca qui